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Alla Scoperta dell’ America

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È di questi giorni la notizia di un ulteriore interessamento del Presidente della S.S.C. Napoli, Aurelio De Laurentis, all’acquisto di una squadra di calcio fuori dei confini italiani, desiderio mai nascosto, che sembrerebbe di prossima chiusura.

Si era parlato della possibilità di far nascere una squadra satellite nella PremierShip inglese, ma le ultimissime notizie parlano di un ritorno a quello che era stato il primo intuito del nostro Presidente, espandere e far crescere il brand Napoli negli Stati Uniti. «Tra dieci anni gli States conteranno anche nel calcio. Mi avevano offerto il Miami, ma ho lasciato perdere», ha detto il presidente del Napoli in una recente intervista televisiva. Il suo interessamento è visto con favore da Don Garber, che è il commissioner della Mls. Intanto, l’ex fuoriclasse Beckham è diventato azionista di Miami, proprio la squadra che era stata offerta anni fa a De Laurentiis. «È la prima volta che un ex calciatore diventa proprietario: David ha catalizzato la crescita del nostro campionato».

IL PUNTO SUL NAPOLI. Cerchiamo di fare il punto di quello che potrebbe realmente essere un passo decisivo e prospettico per una crescita economica del marchio Napoli se, effettivamente, si puntasse al mercato americano. Da analisi dei centri studi economici della  Major League Soccer, spesso abbreviata in MLS, il campionato di vertice di calcio del sistema di lega statunitense e canadese, fondata nel 1993, parallelamente all’organizzazione dei mondiali di calcio negli Stati Uniti, e posta sotto l’egida della federazione calcistica statunitense (la United States Soccer Federation), emerge come il mercato del soccer sia destinato a crescere in spettatori e praticanti, considerando che, a differenza del football, il gioco non richiede costituzioni fisiche particolari, né altezza o peso considerevoli, elemento che incoraggia anche individui mediamente più esili o di statura meno elevata. Ad una maggiore diffusione, tuttavia, contribuisce, da un punto di vista economico, lo stesso costo più ridotto dell’equipaggiamento per la pratica del calcio (in media 110 dollari secondo “Forbes”) rispetto all’attrezzatura per l’hockey ($530) e quella per il football ($550). Restando in tema economico, c’è un’altra interessante teoria sull’incremento costante dell’interesse per il calcio da un punto di vista commerciale e, anche in questo caso, è chiamato in causa nuovamente l’elemento etnico-culturale: secondo alcuni osservatori, il valore medio della pubblicità in televisione sta progressivamente scemando, perché gli spettatori – soprattutto i bianchi della classe media – sono sempre meno persuasi dagli spot e, addirittura, userebbero le pause durante le trasmissioni per altre attività. 

Il baseball e il football, con le loro frequenti interruzioni, sembrano quasi discipline modulate appositamente per il marketing televisivo, ma un’ampia percentuale degli utenti sta cominciando a trovare sgradevole l’eccessiva presenza pubblicitaria, al punto da non riuscire a seguire ininterrottamente una partita dall’inizio alla fine senza cambiare canale. Il calcio, invece, permette di concentrare gli spot nell’intervallo, inserendo durante il tempo di gioco un numero limitato di promozioni. Infine, consideriamo che la base dell’esplosione del fenomeno soccer negli Stati Uniti, come si è visto, è da porsi più o meno tra il 1984 e il 1994: le ragazze e i ragazzi cresciuti in quel decennio, adesso, hanno un’età compresa approssimativamente tra i 40 ed i 25 anni, ossia sono nel periodo dell’ingresso nel mondo del lavoro e della costruzione di una propria famiglia. Ciò vuol dire che la soccer generation, ha adesso gli strumenti per trasmettere la propria passione sia ai figli, sia al resto della società tramite iniziative commerciali, sportive e politiche. Senza addentrarsi nella storia e nell’organizzazione del calcio statunitense, ma solo restando su dati demografici, un altro punto di svolta per questo sport fu, sicuramente, il 1994, con la Coppa del Mondo FIFA ospitata proprio negli Usa. Il successo fu straordinario e gli ingenti investimenti avviarono una poderosa diffusione del calcio, al punto che oggi i tesserati statunitensi sono oltre 4 milioni, ai quali devono essere aggiunti circa 20 milioni di praticanti occasionali o amatoriali. Secondo alcune stime, il 30% dei nuclei familiari negli USA ha almeno un calciatore, cosicché il soccer sarebbe secondo solo al baseball. Questi dati devono necessariamente essere integrati con altri che illustrino quanto il fenomeno stia diventando davvero pervasivo nel Paese: secondo la National Federation of State High School Associations, il pallone è il quarto sport più praticato dagli studenti delle scuole superiori, statistica che proietta gli Stati Uniti al primo posto al mondo.

IL RITORNO ECONOMICO. Tutto ciò, ovviamente, ha un importante ritorno economico: basti pensare che solo nel 2009 il circuito dei diritti televisivi ha prodotto 126 milioni di dollari e che la rete NBC ha acquistato l’esclusiva della Premier inglese per il triennio 2013-2016 al costo di 250 milioni di dollari. Quali sono i motivi di questo successo del calcio negli Stati Uniti: l’impatto culturale contemporaneo del soccer, le dinamiche demografiche e le tendenze economiche, ma anche la gestione e l’ordinamento sportivo. L’ordinamento sportivo americano, diverge infatti sensibilmente, sia per cultura che per organizzazione, da quello dell’Europa Occidentale e le sue peculiarità risultano innegabilmente meritevoli di attenzione e di approfondimento. Come probabilmente noto, nel continente europeo vige un modello organizzativo gerarchico piramidale strutturato secondo un sistema di federazioni sportive nazionali (solitamente una per paese e alle quali le società/associazioni sportive hanno l’onere di affiliarsi per potere svolgere l’attività sportiva) consociate a loro volta in federazioni europee e internazionali (a titolo esemplificativo le principali sono la UEFA, la CEV, la FIFA, la FIVB, la FIBA). Le federazioni hanno la funzione di promuovere, regolamentare e organizzare lo svolgimento sul territorio nazionale, europeo ed internazionale della disciplina sportiva di riferimento mediante l’indizione di campionati (dalle categorie giovanili fino alla massima serie) tradizionalmente incentrati su un meccanismo di promozione – retrocessione. Nello svolgimento delle loro funzioni, le singole federazioni sono solite delegare a comitati regionali e/o provinciali (se previsti) la gestione dell’attività agonistica giovanile e amatoriale. Per quanto concerne, invece, l’attività sportiva delle massime serie (professionismo e professionismo di fatto), le funzioni organizzative, regolamentari ed, in alcuni casi, anche giudicanti, sono state da tempo delegate a consorzi, le Leghe, costituite dalle società sportive partecipanti ogni anno ai singoli campionati (Lega Calcio Serie A, Liga (spagnola), Bundesliga, LegaBasket, Lega Volley etc.etc).

IL SISTEMA AMERICANO. Tali leghe non devono tuttavia essere confuse con quelle americane, le quali stante l’assenza di un sistema federale gerarchico, rappresentano il fulcro dell’attività sportiva professionistica americana di squadra. Le leghe sportive statunitensi, sebbene siano anch’esse strutturate secondo uno schema gerarchico, non si limitano all’organizzazione dei campionati e alla emanazione delle eventuali regole tecniche di riferimento, ma sono dotate di un potere decisionale e gestionale esclusivo in tema di risorse (economiche e non) destinate all’attività sportiva. Al più alto livello si trovano le “Major Leagues, solitamente una per disciplina sportiva (nel continente nord americano spiccano la MLB -Major League Baseball, la NFL – National Football League, la NBA -National Basketball Association- e la NHL National Hockey League) alle quali vengono aggiunte le Minor Leagues o leghe minori che rispecchiano in sostanza i campionati di Serie B o i campionati giovanili europei. Oltre dette leghe professionistiche, esistono ovviamente altre enti destinati alla gestione di campionati puramente dilettantistici formalmente denominate Amateur Leagues, nei quali gli atleti non percepiscono alcun salario! Formalmente negli stati uniti non esiste infatti la figura del lavoratore sportivo dilettante. Il lavoratore sportivo è solo l’atleta partecipante ai campionati delle leghe professionistiche ed il rapporto che questo instaura con i proprietari delle squadre si fonda su rigide regole imponenti un minimo salariale di base e alcuni benefits entro cui possono essere negoziati i singoli stipendi dei giocatori, ma soprattutto un tetto salariale massimo (Salary Cap) avente la funzione di ridurre al minimo le possibili disparità di salari tra i giocatori ed anche le eventuali differenti capacità di spesa delle singole squadre. Il rapporto di lavoro così descritto trae origine e giustificazione nell’adozione di un sistema essenzialmente “chiuso”(ossia non strutturato sul meccanismo promozione-retrocessione) delle cosiddette franchigie, che rappresenta la vera peculiarità dell’ordinamento sportivo americano, uno dei temi fortemente sostenuto da De Laurentis.

Tale sistema prevede in sostanza che tutte le squadre aderenti al campionato, anche se arrivano ultime in classifica, hanno il diritto di ripresentarsi l’anno successivo; la composizione del campionato resta di fatto congelata, non essendo permesso a squadre di divisioni inferiori di competere ad alti livelli. Ne consegue che l’unico modo per aderire a una lega professionistica americana è di acquisire la proprietà di una società che già competa nel campionato di riferimento. Al fine di mantenere gli equilibri tra le squadre partecipanti e garantire l’incertezza del risultato sportivo innegabilmente a rischio, in un sistema chiuso come quello sopra descritto, le squadre che si classificano ultime nel campionato alla fine della stagione, vengono agevolate mediante il riconoscimento di un diritto di precedenza nella scelta dei giocatori senza contratto, spesso, se non esclusivamente, provenienti da campionati universitari, amatoriali o di altri paesi durante l’evento annuale del Draft, la scelta, paragonabile ad una sorta di Calcio Mercato. Questa è la seconda rilevante peculiarità del sistema sportivo americano. Se in ambito europeo vige il principio del libero mercato dei giocatori essenzialmente ad opera di mediatori/agenti indipendenti, nel nuovo continente dominano rigide regole di correzione della libera concorrenza, volte ad evitare la formazione di posizioni dominanti ed a tutelare la stabilità del sistema, quali ,per l’appunto la distribuzione degli atleti senza contratto mediante i Draft e la previsione di un tetto massimo salariale per gli stipendi dei professionisti (Salary Cap). L’efficacia positiva di tali regole non pare possa essere messa in discussione. Negli Stati Uniti i casi di fallimento delle franchigie o di bilanci societari in rosso risultano assai rari rispetto a quanto purtroppo avviene nel nostro continente dominato dal libero e selvaggio mercato dei giocatori.

IN CONCLUSIONE. Nella cultura sportiva americana, lo sport rappresenta un mezzo per realizzare dei profitti; nella cultura sportiva europea rappresenta invece un mezzo per ottenere successo. Proprio per questo, le società sportive americane, non possono essere assimilate ai club europei. Queste sono di fatto delle compagnie private, proprietarie delle squadre aderenti alla lega, il cui scopo principale è produrre profitti ed il risultato sportivo positivo è solo un mezzo per ottenerli. Ulteriore peculiarità degna di nota del sistema sportivo americano, si rinviene nel ruolo svolto dalle università nella preparazione e formazione degli atleti. I campionati universitari rappresentano, infatti, la rampa di lancio per gli atleti intenzionati a partecipare alle selezioni annuali dei Draft e sono organizzati da veri e propri enti associativi. Il più importante di tali enti è sicuramente la NCAA (Nacional Collegiate Athletic Association) il cui compito principale è di gestire e realizzare i programmi sportivi per le università e per i Colleges ad essa aderenti, prevedendo anche regole per il rilascio di borse di studio. Nel sistema europeo occidentale il ruolo delle università nella formazione dei futuri atleti professionisti non riveste invece un ruolo di prim’ordine. Anzi sono note (per lo meno per quanto concerne il territorio italiano) le difficoltà per le società e associazioni sportive di interagire col sistema scolastico nazionale. Ma questo è uno solo dei limiti della società sportiva italiana la quale da circa un decennio è innegabilmente in affanno. Tutti vedono, tutti sanno e nonostante i numerosi proclami susseguitisi negli anni nessuno ha mai operato concretamente per sostituire un sistema lacunoso ed obsoleto. Sebbene il sistema sportivo americano non rappresenti la panacea di tutti i mali e nonostante le diversità culturali tra vecchio e nuovo continente rappresentino sicuramente un ostacolo ad una sua eventuale ed integrale applicazione, lo stesso potrebbe, però, rappresentare una fonte di ispirazione e di confronto semmai un giorno si decidesse di realizzare quella riforma che i protagonisti dell’attività sportiva italiana ed europea meritano. Ma poiché i tempi per i cambiamenti sono lunghi, la visione prospettica di uno sviluppo parallelo del marchio Napoli negli Usa, sembrerebbe un’intuizione geniale ed economicamente di grandissime prospettive, considerando il seguito che la nostra squadra ha in tutta l’America. 


Fonte: SportBusiness Management

 

 

 

 

 

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