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Benitez: “Educo al calcio, il Napoli deve crescere. Rinnovo? Mi manca la mia famiglia”

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Non solo calcio. Rafa Benitez parla dalle colonne de La Gazzetta dello Sport di pallone, arte, cultura e (di un po’) di politica. 

Si di­scu­te tanto sulla man­can­za di ri­sul­ta­ti delle no­stre squa­dre nelle com­pe­ti­zio­ni eu­ro­pee: che cosa manca in­ve­ce al cal­cio ita­lia­no per es­se­re com­pe­ti­ti­vo?

«L’in­ten­sità e la ve­lo­cità, ca­ren­ze che si sono evi­den­zia­te nella sfida Ro­ma-Bayern Mo­na­co. In Ita­lia si bada so­prat­tut­to alla tat­ti­ca e si dà molta più im­por­tan­za all’av­ver­sa­rio. Manca quel­la in­ten­sità del cal­cio in­gle­se, per in­ten­der­ci, che è più pro­po­si­ti­vo, così come la Liga e la Bun­de­sli­ga».

Cosa in­ten­de per in­ten­sità?

«Tutto, non solo la fase di­fen­si­va. Bi­so­gna es­se­re in­ten­si nel pos­ses­so ve­lo­ce e orien­ta­to che, quan­do perdi la palla, ti per­met­te di an­dar­la a re­cu­pe­ra­re. In pra­ti­ca, è un si­no­ni­mo di gioco più ag­gres­si­vo, ma non solo in senso fi­si­co».

Lei ha il con­trat­to in sca­den­za e la que­stio­ne ha aper­to a di­ver­si sce­na­ri fu­tu­ri: che cosa po­treb­be spin­ger­la a non rin­no­va­re col Na­po­li?

«L’espe­rien­za mi dice che dob­bia­mo la­vo­ra­re al pro­get­to at­tua­le, senza di­men­ti­ca­re di guar­da­re oltre. Parlo spes­so con Ric­car­do Bigon e dico sem­pre a De Lau­ren­tiis che deve ga­ran­ti­re il fu­tu­ro alla so­cietà a pre­scin­de­re dal sot­to­scrit­to. Il pro­ble­ma non è il rin­no­vo, ma la con­di­vi­sio­ne della stra­da giu­sta, che noi con­di­vi­dia­mo, e non è un pro­ble­ma di soldi o in­ve­sti­men­ti. Dob­bia­mo ope­ra­re per ca­pi­re se pos­sia­mo vin­ce­re qual­co­sa, se pos­sia­mo an­da­re avan­ti op­pu­re no. E poi…».

E poi?

«Ho la mia fa­mi­glia lon­ta­no, mia mo­glie e le mie due fi­glie vi­vo­no a Li­ver­pool. E’ la prima volta che non le ho con me e non è fa­ci­le. De Lau­ren­tiis sa bene quan­to sia im­por­tan­te il va­lo­re della fa­mi­glia».

La sua va­can­za a Li­ver­pool, a set­tem­bre, è stata cri­ti­ca­ta molto. Le ha dato fa­sti­dio quell’ac­ca­ni­men­to nei suoi con­fron­ti?

«La verità è che avevo pro­gram­ma­to tre gior­ni li­be­ri e quat­tro di al­le­na­men­ti. Io vivo nell’al­ber­go at­ti­guo al cen­tro spor­ti­vo, la­vo­ro anche 16 ore al gior­no e ho uno staff di mas­si­mo va­lo­re: può anche star­ci che vada via qual­che gior­no du­ran­te una sosta. Non credo che gli al­le­na­to­ri ita­lia­ni vi­va­no nei ri­spet­ti­vi cen­tri spor­ti­vi e pas­si­no con i gio­ca­to­ri il tempo che tra­scor­ro io».

Dica la verità: è ipo­tiz­za­bi­le per lei un fu­tu­ro da cittì della Spa­gna?

«In pas­sa­to, quan­do mi ve­ni­va posto que­sta do­man­da e io ri­spon­de­vo, il gior­no dopo mi ri­tro­va­vo sui gior­na­li ti­to­li tipo: Be­ni­tez vuole la na­zio­na­le. Po­treb­be es­se­re un’idea, certo, ma a me piace la­vo­ra­re sul campo, quo­ti­dia­na­men­te. Sono un in­se­gnan­te, lau­rea­to all’Inef (la no­stra fa­coltà di scien­ze mo­to­rie), la mia me­to­do­lo­gia è in­se­gna­re. Io la­vo­ro sulla testa del gio­ca­to­re, per far­gli ca­pi­re il cal­cio, non solo su un mo­du­lo. Le con­vo­ca­zio­ni in na­zio­na­le di Cal­le­jon e la cre­sci­ta di Kou­li­ba­ly hanno pre­mia­to il loro e il mio la­vo­ro».

In al­cu­ne par­ti­te, il Na­po­li ha schie­ra­to 11 stra­nie­ri: perché, se­con­do lei, si ri­cor­re a que­sto tipo di mer­ca­to e si tra­scu­ra­no i set­to­ri gio­va­ni­li?

«Così è il mer­ca­to. Qui in Ita­lia si vuole tutto e su­bi­to e, dun­que, si è con­di­zio­na­ti dalla ne­ces­sità di fare ri­sul­ta­to. Di­ver­sa­men­te, dopo tre set­ti­ma­ne ti man­da­no via. Ecco perché si rende ne­ces­sa­rio pren­de­re gio­ca­to­ri ma­tu­ri e pron­ti». 

Ri­tor­nia­mo alla scor­sa esta­te, quan­do lei disse che se il Na­po­li fosse stato eli­mi­na­to dalla Cham­pions non sa­reb­be stata una tra­ge­dia. Dopo aver vis­su­to la de­lu­sio­ne della città e lo choc della squa­dra, ri­di­reb­be la stes­sa cosa?

«As­so­lu­ta­men­te sì. Ero con­vin­to di pas­sa­re e vo­le­vo to­glie­re pres­sio­ne ai miei gio­ca­to­ri. Co­mun­que, quell’eli­mi­na­zio­ne ha in­flui­to tan­tis­si­mo sulla parte ini­zia­le della sta­gio­ne».

Lei non vince uno scu­det­to dal 2004, men­tre Na­po­li lo sogna da 24 anni: ca­pi­sce, po­treb­be re­sta­re per sem­pre nella sto­ria del Na­po­li.

«Non ci si può af­fer­ma­re con un fat­tu­ra­to in­fe­rio­re agli altri. I nu­me­ri si de­vo­no ana­liz­za­re nel con­te­sto. Lo scor­so anno ab­bia­mo ot­te­nu­to 10 suc­ces­si ester­ni, 78 punti e 104 gol: non si può dire che non si è fatto bene. Qui in Ita­lia c’è equi­li­brio perché Lazio, Inter e Milan sono lì, in Spa­gna la dif­fe­ren­za è più ampia. Dopo quat­tro anni con Maz­zar­ri e la ces­sio­ne di Ca­va­ni, per quel­lo che ab­bia­mo fatto è come se aves­si­mo vinto. E una bella sod­di­sfa­zio­ne che ho avuto di re­cen­te è stato in­cro­cia­re al­cu­ni ti­fo­si che mi hanno detto, “mi­ster, fi­nal­men­te ora ci di­ver­tia­mo”».

Cosa manca al Na­po­li per vin­ce­re lo scu­det­to?

«Un pro­get­to non di­pen­de da un solo ri­sul­ta­to, è im­por­tan­te crea­re la base per mi­glio­ra­re sem­pre e avere la pos­si­bi­lità, anno dopo anno, di vin­ce­re at­traen­do gio­ca­to­ri mi­glio­ri. La Juve è l’esem­pio: strut­tu­ra, rosa, or­ga­niz­za­zio­ne della so­cietà, com­po­nen­ti che si sono con­so­li­da­te negli anni. I gio­ca­to­ri e la strut­tu­ra della so­cietà fanno la dif­fe­ren­za».

Gar­cia ha detto che la Roma vin­cerà lo scu­det­to, la Ju­ven­tus è fa­vo­ri­ta su tutte: e lei dove si col­lo­ca?

«Non vo­glio es­se­re mo­no­to­no, ma io vado avan­ti par­ti­ta dopo par­ti­ta, di­ver­sa­men­te si corre il ri­schio che se poi non fai in campo quel­lo che dici, tutto di­ven­ta più dif­fi­ci­le. Ora siamo terzi e guar­dia­mo un po’ più avan­ti, non dico che non pos­sia­mo fare di più, ma che dob­bia­mo farlo di set­ti­ma­na in set­ti­ma­na».

Mou­ri­n­ho è in testa alla Pre­mier col Chel­sea, con il quale lei ha vinto l’Eu­ro­pa Lea­gue due anni fa: ri­tie­ne che sia lui il mi­glio­re al­le­na­to­re in as­so­lu­to?

«Io so come la­vo­ra­no Mou­ri­n­ho, Van Gaal, Guar­dio­la, ma è im­pos­si­bi­le dire chi sia il più bravo. E al­lo­ra cosa do­vrei dire di An­ce­lot­ti? E’ chia­ro che chi vince è sem­pre il più forte».

A pro­po­si­to di al­le­na­to­ri, non le è sem­bra­to cu­rio­so che a San Siro non an­nun­cia­va­no il nome di Maz­zar­ri, prima dell’eso­ne­ro, per evi­tar­gli i fi­schi?

«Quan­do sono ar­ri­va­to al Chel­sea i ti­fo­si non erano con­ten­ti. Io ho fatto il mio la­vo­ro da pro­fes­sio­ni­sta, dando il mas­si­mo per la so­cietà e alla fine ab­bia­mo vinto l’Eu­ro­pa Lea­gue, i gio­ca­to­ri erano con­ten­ti di se­guir­mi. Es­se­re trop­po agi­ta­ti tra­smet­te in­si­cu­rez­za. Se i ra­gaz­zi ti ve­do­no tran­quil­lo è me­glio. Poi cia­scu­no ha la sua ma­nie­ra di fare, io provo a dare le so­lu­zio­ni a un pro­ble­ma fa­cen­do l’in­se­gnan­te e in­di­riz­zan­do i gio­ca­to­ri verso le ri­spo­ste: in­se­gno loro a pen­sa­re».

A Li­ver­pool, Fer­nan­do Tor­res è stato uno dei suoi gio­ca­to­ri sim­bo­lo. Da qual­che anno, in­ve­ce, è in­vo­lu­to: perché?

«Lo volli io a Li­ver­pool, è un gran­de gio­ca­to­re, con Ger­rard si tro­va­va senza nem­me­no guar­dar­si, al Chel­sea con me ha fatto bene. Non so che fanno altri con lui, ma io so come gui­dar­lo. Ne di­scus­si con In­za­ghi tempo fa, e lui me ne parlò bene. Il ren­di­men­to di un at­tac­can­te di­pen­de anche dalla qua­lità dei com­pa­gni che l’as­si­sto­no».

Crede che durerà la nuova espe­rien­za di Ba­lo­tel­li?

«I ti­fo­si del Li­ver­pool sono fe­de­li, se lui la­vo­ra in campo gli sta­ran­no vi­ci­no».

S’è par­la­to di lui come di un pos­si­bi­le rin­for­zo per il Na­po­li, a gen­na­io: cosa c’è di vero?

«As­so­lu­ta­men­te nien­te, è un’ipo­te­si che non ho mai preso in con­si­de­ra­zio­ne».

Tra poco più di un mese, il Na­po­li gio­cherà per la Su­per­cop­pa ita­lia­na, il primo tro­feo sta­gio­na­le: ci sta pen­san­do?

«Certo, è una com­pe­ti­zio­ne che c’in­te­res­sa ec­co­me, ma sono con­cen­tra­to sul cam­pio­na­to per ca­pi­re dove pos­sia­mo ri­spar­mia­re qual­cu­no per evi­ta­re in­for­tu­ni. Tutti, co­mun­que, de­vo­no es­se­re pre­pa­ra­ti, que­sto è uno dei mo­ti­vi per cui non co­mu­ni­co mai la for­ma­zio­ne prima dell’im­me­dia­ta vi­gi­lia».

Lei è un uomo che non vive solo di cal­cio, le piace l’arte, la cul­tu­ra, la po­li­ti­ca. Quel­la ita­lia­na ha in Mat­teo Renzi la sua espres­sio­ne del mo­men­to: che idea si è fatto sul Pre­mier ita­lia­no?

«Mi sem­bra po­si­ti­vo vuole cam­bia­re tante cose. Io che sono spa­gno­lo dico che anche da noi bi­so­gna cam­bia­re qual­co­sa».

Cosa pensa del re­fe­ren­dum in­det­to dalla Ca­ta­lo­gna per l’in­di­pen­den­za?

«La po­li­ti­ca è par­ti­co­la­re. Io sono tanti anni che non vivo in Spa­gna. Non vo­glio com­men­ta­re».

L’arte, la cul­tu­ra: Na­po­li è l’idea­le per chi col­ti­va que­ste pas­sio­ni. Con­di­vi­de?

«Si­cu­ra­men­te. Mia mo­glie è esper­ta di arte e mi in­di­ca sem­pre che cosa vi­si­ta­re. Co­no­sce Na­po­li e mi ha in­di­riz­za­to per quel­le poche vi­si­te che ho fatto fi­no­ra nel cen­tro sto­ri­co. In In­ghil­ter­ra ab­bia­mo una fon­da­zio­ne, aiu­tia­mo la gente di Li­ver­pool, rac­co­glia­mo fondi per i cie­chi, gli au­ti­sti­ci: il mio im­pe­gno nel so­cia­le non man­cherà mai».

 

 

 

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