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Callejon, il fascino del Tanguero nella melodia del San Paolo.

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PUBBLICHIAMO CON GRANDE PIACERE IL PEZZO DEDICATO A JOSÈ CALLEJON SCRITTO DAL COLLEGA BRUNO MARRA. Per comprendere bene chi è Josè Callejon bisogna capire a fondo che cos’è Motril. Un paesino che attraversa l’Andalusia fino a piedi della Sierra Nevada. Una landa di terra fieramente autonoma insorta alle barbarie del franchismo e ribellatasi al regime totalitarista con una radicata fierezza autoctona. Una regione agreste che vive di campi e turismo, con un forte senso di famiglia e cristianità. Casa, chiesa e paella come nella migliore tradizione cattolica del “vivi, prega, mangia”. Lì è nato e cresciuto Callejon e non è certo un caso che si chiami Josè Maria, Giuseppe e Maria, battesimo di biblica memoria che richiama le origini della genesi, come un pegno di protezione e benedizione. E quella luce crepuscolare che illumina un orgoglio viscerale avvolge ancor oggi Callejon, il ragazzo della porta accanto, senza accenti di esaltazione o vezzi sopra le righe. Josè è l’elogio della normalità, lui che destino volle far diventare speciale semplicemente perché era uguale. Uguale a suo fratello gemello Juan Miguel. Sin da bambini erano per tutti “los gemelos”, come se quella connotazione avesse valenza di epiteto in un paese così quieto. Josè e Juan diventarono i gemelli del gol. Il padre, uomo schivo e silenzioso nascosto sotto due baffoni, atavico fregio di spessore e virilità, li portò a giocare entrambi per non compiere alcuna disparità. Ed aveva ragione. “Juanmi” aveva il fisico più potente, sembrava il predestinato, ma Josè fu scelto nella cantera di Madrid, il Castilla, per la sua disposizione al sacrificio e la duttilità in campo. Nella Liga B infilò 21 gol in 40 partite, giocando da ala tornante. E così squillò il telefono di Florentino Perez: “c’è un ragazzino qui, che sembra un demonio…”. Callejon è il perfetto il maggiordomo di Hitchcock, quello che si mette il frac, i guanti bianchi, e ti sorride prima di ammazzarti. Ispanico con il ciuffo scolpito nel marmo, ha la faccia pulita di un tanguero e l’eleganza di un hidalgo ispanico, che ti fa danzare soavemente prima di stritolarti nel suo bacio ipnotico. Josè è l’hombre del partido, passato dal marchio Reale di Madrid allo stemma Borbonico. Come un doppio filo universale legato ad un destino epocale. Nel gergo spagnolo “Callejon” significa letteralmente “vicoletto”. E Napoli conosce talmente bene i vicoli al punto d’avergli conferito la linfa dei miracoli. “Stu vico azzurro nun fernesce maje”, come la fede e l’orgoglio del “buitre” di Motril. Josè Maria Callejon, il fascino di un Tanguero nella melodia del San Paolo…

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