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Il Fattore Campo: L’importanza dello Stadio di Proprietà

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Il Fattore Campo: L’importanza dello Stadio di Proprietà

L’Emirates Stadium

E’ sempre di grande attualità, ancora di più dopo l’ultima esternazione, sotto forma di ultimatum, lanciata dal Presidente della SSC Napoli SpA, De Laurentis al Sindaco di Napoli, De Magistris, la questione della proprietà degli Stadi per le società di calcio. In Italia tutti riconoscono la necessità di avere impianti sicuri, comodi, moderni e possibilmente di proprietà. Ma la situazione attuale è deprimente. La mancanza di investimenti in infrastrutture e servizi, di un management in grado di comprendere tale situazione, hanno comportato una gestione fallimentare degli stadi di calcio italiani, divenendo, una delle principali cause del calo degli spettatori riscontrato nell’ultimo decennio. Allo stato attuale gli stadi sono, nella maggior parte dei casi, di proprietà dei Comuni, o del Coni come nel caso dell’Olimpico di Roma. Le squadre li utilizzano a fronte del pagamento di canoni di locazione che sono sempre più spesso integrati da accordi di compartecipazione nella gestione dei costi di manutenzione. La redditività è trascurabile, con un’età media di circa 67 anni ed un tasso di riempimento trai più bassi d’Europa. Chi vuole costruire un nuovo impianto, è scoraggiato dalle molteplici difficoltà burocratiche, amministrative e finanziarie, nonché dalla lentezza normativa. L’attuale Legge, ancora in attesa dell’approvazione definitiva, si muove su due binari, una drastica riduzione della burocrazia, con autorizzazioni rilasciate ai costruttori in tempi di record (45 giorni) ed un incentivo statale da 20 milioni di euro come ammortamenti per coprire gli interessi derivanti da mutui. Inoltre l’assegnazione delle aree dove dovrebbero sorgere i nuovi impianti, potranno essere cedute dai comuni, a titolo oneroso, ma senza gara, cioè attraverso assegnazione diretta. La nuova normativa, suddivisa in 5 capi, è stata concepita per aiutare i clubs a trovare una seconda fonte di ricavi, dopo quella dello sfruttamento dei diritti televisivi. La differenza principale tra il nostro sistema e quello degli altri paesi europei è nella concezione stesso dello stadio: in Italia è sostanzialmente un costo (spese di gestione, adeguamenti normativi, canoni di locazione) mentre per le realtà più avanzate, rappresenta una fonte di ricavi, grazie ad una profittevole gestione degli spazi interni ed esterni all’impianto. E’ quindi necessario rivisitare totalmente il concetto stesso di stadio in un’ottica più moderna, come luogo d’incontro, che possa soddisfare una serie di utenze distinte tra loro, proponendo un’area che possa essere sfruttata sempre e che sia sinonimo di sicurezza, comodità e di ampiezza dell’offerta. Per ottimizzare il modello di redditività, è necessaria l’integrazione con aree di pertinenza da destinare ad usi compatibili: strutture commerciali, per il tempo libero, turistico – ricettive ed in parte anche direzionali e di servizio. Nel corso degli ultimi 15 anni, l’orientamento è stato quello di trasformare lo stadio, da centro di aggregazione di tifosi, a prodotto da vendere a tifosi consumatori, rendere, cioè, la struttura un’area aperta e visitata in maniera stabile durante tutto il corso della settimana; il calcio continua a rappresentare il core business, ma non rimane l’esclusiva sorgente di introiti. Il caso inglese, in Europa, è particolare, in quanto, dopo i delittuosi eventi degli anni 80, attraverso l’azione del giudice Taylor, vi è stato un profondo rinnovamento normativo, con l’istituzione del Football Trust, finanziato dallo Stato attraverso la destinazione del 3% del prelievo fiscale sui giochi connessi al calcio. Attualmente buona parte delle squadre di Premier League ha costruito un nuovo impianto, sono impianti che tendono a massimizzare l’attività di merchandising, con la presenza di negozi, musei, ristoranti. Si è deciso di investire sulla sicurezza, sulla comodità, attraverso la facilità di accesso alla struttura, facilità di fruizione dell’evento, servizi e offerte per bambini: inoltre particolare attenzione è stata rivolta all’utenza business, con aree vip da affittare per singolo evento, per l’intera stagione sportiva o per più stagioni. Accanto all’offerta legata all’evento, gli stadi si sono poi attrezzati con centri congressi, ristoranti ed in alcuni casi, alberghi o altre strutture ricettive. Una particolare menzione va poi fatta alla cessione dei naming rights, come ulteriore fonte di finanziamento dell’investimento, come nel caso dell’Emirates Stadium di Londra. L’accordo prevede che una determinata azienda leghi il suo nome, ma anche quello di un suo marchio o di un suo prodotto, ad un impianto sportivo per un certo numero di anni. Come dicevamo, l’Emirates Stadium, inaugurato nel 2006, di proprietà dell’Arsenal, il cui investimento è stato di circa 420 milioni di Sterline (500 milioni di euro), è stato finanziato attraverso diverse fonti: la cessione dei naming rights dell’impianto alla compagnia aerea Emirates (120 milioni): debito bancario a lungo termine con scadenza 2031 (310 milioni); proventi derivanti da operazioni immobiliari effettuate sul sito dove insisteva il vecchio stadio, attraverso la costruzione di un complesso residenziale di circa 680 appartamenti (48 milioni). La nuova costruzione dello Stadio, ha permesso all’Arsenal di vedere i propri ricavi crescere di 66.5 milioni di sterline, di incrementare i posti disponibili, la cui percentuale di riempimento è del 91%, l’innalzamento dei costi dei biglietti e degli abbonamenti, la creazione di circa 9000 posti di categoria premium che hanno determinato un aumento dei ricavi pari al 35%. Recentemente, attraverso la vendita di un sito vicino all’Emirates Stadium, l’Arsenal si è assicurata un’altra iniezione di denaro dal proprio business per 26 milioni di Sterline. E’ evidente che il modello Inglese è quello da seguire, come quello Tedesco, il cui esempio principale è rappresentato dall’Allianz Arena: dobbiamo solo sperare nella tenacia e nella grande capacità imprenditoriale di De Laurentis, solo così potremmo realmente essere competitivi ed “internazionali”.

Brando Direttore
Dottore Commercialista

 

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