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La Serie A: un calcio di Serie B

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Archiviata la corsa alla presidenza della F.I.G.C., con la nomina del discusso e, sotto certi aspetti, inadeguato Carlo Tavecchio, sottoposto subito ad una azione del Uefa per le dichiarazioni razziste fatte in campagna elettorale, chiusa e digerita la figuraccia al mondiale, rimandato lo scontro sui

diritti televisivi alla prossima estate, il calcio italiano, riparte, la prossima settimana, con un ritardo rispetto ai principali campionati europei che, non è solo di calendario, ma soprattutto in visibilità, redditività e appeal.

Non è semplice vittimismo o facile retorica legata alla nostra situazione politica economica, ma sono dati acclarati e certi, visto che, il nostro campionato è tra quelli che incassano più soldi dalle pay tv, ma la vendita delle nostre partite all’estero ricaviamo poco più di un settimo di quello incassato dalle formazioni inglesi, quando solo dieci anni fa eravamo alla pari.

Solo questo dato potrebbe essere sufficiente a spiegare come il nostro calcio abbia perso centralità.

Il calcio in Italia rappresenta la quarta, quinta industria per fatturato, ma, purtroppo, non venendo gestito con alti criteri manageriali, non riesce ad uscire da una crisi ormai strutturale.

Anno dopo anno vediamo i nostri top player emigrare all’estero, ultimo esempio Balotelli, cosa che rafforza ulteriormente l’offerta dei nostri concorrenti.

I campionati inglesi francesi spagnoli e tedeschi sono, come le squadre che vi partecipano, gestite come aziende, che curano nei particolari tutti gli aspetti legati all’evento, per renderlo più appetibile e vendibile, quindi campi perfetti, spalti sempre pieni, ordine pubblico, sicurezza ed uno spettacolo, oggi, sicuramente migliore di quello espresso nel nostro campionato.

E’ necessario, chè chè se ne dica, la proprietà degli stadi, al fine di ottenere fatturati vicini a quelli delle principali squadre europee. La Juventus, con il Sassuolo, proprietaria dello stadio in cui gioca, ha fatturato 30 milioni dalla biglietteria, peccato che al Barcellona, per fatturare la stessa cifra, basti una settimana di visite al museo del Camp Nou.

Stadi polifunzionali e di proprietà, quindi, l’unico modo per bilanciare i ricavi e non essere totalmente dipendenti dai diritti tv.

Puntare realmente sui giovani, con normative che impongano la cura dei vivai e che scoraggino il ricorso sistematico alle plusvalenze, e non nascondendosi dietro il paravento del Fair Play finanziario, perché gli investimenti nel settore giovanile, nelle infrastrutture, comportano costi, ma solo investendo si possono creare le basi per una crescita e per puntare veramente ad una internazionalizzazione del nostro calcio.

Neanche il binomio calcio borsa, ha regalato soddisfazioni al nostro sistema. I tre club quotati la Juventus la Roma e la Lazio, hanno distrutto quasi del tutto il loro valore.

La Juventus campione per tre anni di fila in campionato, dalla quotazione in Borsa nel dicembre del 2001 ha bruciato l’87% della capitalizzazione, cioè se un tifoso azionista avesse investito 100 euro, oggi se ne ritroverebbe solo 13.

La Lazio del presidente Lotito, reduce dal successo personale derivante l’elezione di Tavecchio, in Borsa accusa un pesante -97% dal giorno dell’approdo sul listino (maggio 1998, prima società italiana a quotarsi). Praticamente distrutto l’intero valore della società.

La Roma è quella che, volendo enfatizzare, se la passa meglio, con una perdita del “solo” 71%.

Anche quindi l’entrata in Borsa ha rappresentato, sotto certi aspetti, una cattiva operazione manageriale del nostro calcio, d’altronde stiamo parlando di titoli con una capitalizzazione modesta, soggetti a forte oscillazioni e su cui incidono fattori come i risultati difficili da prevedere.

Difficilmente dietro l’azionariato dei club figurano investitori professionali o istituzionali, quindi nessun ritorno e nessuna crescita.

Speriamo che qualcosa cambi altrimenti nel tempo dovremmo anche fare a meno del calcio, almeno di quello che conta, quello bello ed emozionante, quello di Champions.

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