Calcio&Business

Perché tanta Cina nel Calcio Italiano

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E’ di ieri la notizia che, in un consiglio di amministrazione straordinario, la Finivest, maggior azionista dell’AC Milan, ha dato precedenza e il diritto di esclusiva ad un consorzio cinese per la vendita del 70% del pacchetto azionario del club guidato da Silvio Berlusconi. Ma perché tutto questo interesse cinese nel mondo del calcio e, soprattutto, perché nel calcio italiano? 

Finora gli unici casi di incursioni straniere in serie A sono stati quelli della Roma (l’americano James Pallotta), dell’Inter (l’indonesiano Erick Thohir) e del Bologna (l’italo-canadese Joey Saputo).

Perchè facoltosi imprenditori cinesi, come Zhang Jindong, a capo del colosso dell’elettronica di consumo Suning, sembrano intenzionati a investire centinaia di milioni per entrare nel calcio italiano passando dalla porta principale, cioè rilevando i pacchetti di controllo di Milan e Inter?

Le ragioni sono sostanzialmente tre.

La prima è di sistema, di natura, naturalmente, politico cinese. Il premier cinese Xi Jingping punta a far disputare i Mondiali del 2030 nel Paese asiatico. Nelle ultime due sessioni di calciomercato, le squadre della Super League cinese hanno speso circa 258,9 milioni di euro per allestire rose superando addirittura la Premier League (247,3 milioni). Il colosso Dalian Wanda è l’ariete del movimento: il gruppo di Wang Jianlin ha comprato Infront (gruppo leader europeo nei diritti televisivi, anche in Italia), ed ha rilevato il 20% del capitale Atletico Madrid.

Il secondo motivo è legato alle opportunità d’investimento rimaste a disposizione. In Spagna, come detto, i cinesi sono entrati nell’Atletico Madrid, ma anche nell’Espanyol e, qui, tendenzialmente si fermeranno, dal momento che le big Real Madrid e Barcellona appaiono inavvicinabili. Così come lo sono i campioni tedeschi del Bayern Monaco, mentre, le altre squadre del campionato tedesco, fatta eccezione per il Borussia Dortmund, non sembrano appetibili e, comunque, sono, da un punto di vista finanziario, in ottima salute.

In Inghilterra, dopo che China Media Capital Holding e Citic Capital hanno rilevato il 13% della holding che gestisce il Manchester City dello sceicco Mansour, i club più blasonati sono già in mano a gruppi statunitensi (Manchester United) od ad miliardari russi (come il Chelsea di Abramovich).

Dunque, siccome la Francia, Psg a parte, non è considerato un campionato (e un business) appetibile, per mettersi in mostra nell’ambito del calcio europeo non resta che puntare sull’Italia, e sulle squadre maggiormente appetibili, come Inter, Milan, ma anche realtà di minor impatto economico, come Genoa e Sampdoria, va poi segnalato che proprio un gruppo cinese sembrerebbe interessato a rilevare una quota intorno al 20% dell’Udineseper poi magari arrivare a mettere un piede anche nel Granada (Liga) e nel Watford (Premier League), gli altri due club di proprietà dei Pozzo.

La terza ragione è economica e di immagine. I club italiani, infatti, hanno prezzi d’acquisto ragionevoli, soprattutto se confrontati con quelli delle squadre della ricchissima Premier League. Il Milan, per esempio, seguitissimo in Cina, grazie all’era vincente del periodo d’oro Sacchi/Capello, iniziata verso la fine degli anni 80 e proseguita per oltre due decenni.

A questo punto il Milan potrebbe essere solo la prima porta per un processo ben più complesso di acquisizione di società (o quote) di club italiani da parte dei cinesi, che partendo da una delle società più blasonate, stanno dando un segnale fortissimo all’intero sistema.

 

 

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