Scuola di Giornalismo Sportivo

Scuola di giornalismo. Il Fair Play Finanziario

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I partecipanti al Corso di Giornalismo Sportivo diretto da Paolo Del Genio hanno trattato il tema del Fair Play Finanziario fornendo differenti esempi.
Gianfranco Zanfardino

Da alcuni anni l’Uefa sta promuovendo il suo progetto di Fair play finanziario, cioè si è posta l’obiettivo di far estinguere i corposi debiti contratti dai club,indirizzando quest’ultimi verso un autogestione duratura nel tempo. Il fine sarebbe quello di ridurre la disparità tra le società di calcio dovuta più ad un fattore economico che sportivo. In pratica non sarebbe più possibile investire più di quanto si introita . Dall’idea e dall’intuizione si dovrebbe passare alla regola e ai successivi provvedimenti. Ciò non sta accadendo o meglio le sansioni previste,come l’esclusione dalle coppe per le squadre che hanno un deficit superiore ai 45 milioni di euro,non sono state applicate fin’ora e addirittura c’è il rischio concreto che vengano tramutate in semplici multe. È il caso dei team degli sceicchi,Paris Saint Germain e Manchester city, ai quali è stato offerto il patteggiamento che potranno accettare o rifiutare,rischiando di ricevere una sentenza eventualmente appellabile al Tas di Losanna. È necessario che gli organi istituzionali europei alzino la voce, perchè ad esempio secondo uno studio fatto nel 2012, tra i 10 club con i conti in rosso compaiono proprio quelli che sul campo hanno ottenuto risultati straordinari : Chelsea (791 milioni €), Manchester united (722 milioni €), Real Madrid (563 milioni €), Atletico Madrid (511 milioni €), Valencia (502 milioni €), Barcellona (438 milioni €), Inter (395 milioni €), Milan (392 milioni €), Arsenal (354 milioni €), Liverpool (334 milioni €). Psg e M.City non rientravano in questa particolare classifica grazie agli accordi commerciali smisurati firmati in quel periodo che hanno contribuito a mascherare le loro enormi perdite. Nelle ultime due stagioni i dati statistici ci dicono che alcuni club utilizzando anche la carta dello stadio di proprietà e le ingenti somme di denaro che ne derivano,vedi Arsenal (Emirates stadium), Bayern Monaco (Allianz Arena), Juventus (Juventus stadium), hanno chiuso il bilancio in attivo tornando così nei ranghi. Nello specifico i bianconeri grazie agli incassi del loro impianto sono passati da perdite per 48 milioni € nel 2011 a 15 milioni nel 2012/2013 fino al segno + nella stagione corrente. Attualmente però, società come il Barcellona conservano purtroppo ancora un debito di 98 milioni €, nulla in confronto ai galacticos che devono alla banca Caja Madrid (l’istituto che tramite prestiti a basso interesse ha agevolato le folli operazioni di acquisto di Cristiano Ronaldo e Kakà) oltre 600 milioni €, con un passivo di 181 milioni €,mentre il Valencia invece ha un passivo di 260 milioni €. In totale tutto il calcio spagnolo ha un deficit pazzesco di 5 miliardi €. Chelsea,M. United e M.city, Psg e Liverpool devono al fisco diversi milioni €,ma continuano a spendere sul mercato dei calciatori in barba al Fair play finanziario e alle sue regole. Fino a poco tempo fa In Italia società rappresentative come Inter e Milan accumulavano più di 60 milioni € di debito annui. Ora hanno deciso di risparmiare cedendo i giocatori con ingaggi pesanti per ridurre i costi. Tra i pochi modelli da seguire seriamente ci sono il Napoli con un bilancio roseo e in attivo dal 2007 e il Borussia Dortmund che dal 2008 ha trovato un equilibrio tra entrate ed uscite eccellente. Entrambi i club hanno dimostrato nel tempo che si possono ottenere ottimi risultati sportivi attenendosi ai parametri indicati dall’Uefa.

Luca Salvadori

Nell’era del calcio attuale dove ormai comandano incontrastati sceicchi e russi che investono in squadre calcistiche somme cospicue per gli acquisti di grandi campioni che facciano fare il cosiddetto salto di qualità, obbligate poi a vincere per pareggiare i conti, è nel contempo difficile trovare chi, invece, spendendo poco riesce a risultare vincente. Ovviamente non è sempre cosi e vi sono casi come quello noto a tutti in questi ultimi mesi dell’Atletico Madrid finalista della Champions League 2014 e in lotta per la vittoria finale nella “Liga” spagnola. Ma non sempre quello che si conosce è fondo di verità. Nell’anno 2010/11, forse il più cupo della sua storia calcistica a fronte dei pochi introiti legati ai pessimi risultati raggiunti, ha dovuto vendere tutti i suoi giocatori migliori per incassare la somma di 85 milioni di euro che sarebbero cosi serviti a saldare i debiti di allora con il fisco spagnolo. Ma la squadra pensa bene di fare acquisti per 91 milioni di cui solo 40 spesi per l’acquisto del fuoriclasse Falcao proveniente dal Porto subentrando poi, come in casi omologhi, fondi di investimento esterni che consentono di gestire e finanziare parte delle operazioni di mercato permettendo cosi alle varie società di pagare solo una parte del cartellino. Ma il calcio da alcuni anni è cambiato radicalmente e il fair play finanziario ha rivoluzionato i bilanci delle società per costruire un futuro più pulito e regolamentato. Un percorso semplice e ambizioso che punta al 2018 come anno in cui tutti i club dovranno raggiungere il pareggio dei conti nei bilanci. Il concetto base del fair play economico è quello di creare un calcio dove i club possano spendere solamente quello che, in parte, guadagnano. Attualmente è consentito avere perdite ridotte a 45 milioni di euro, da ridurre poi in 30 milioni negli anni 2015, 2016 e 2017 per arrivare poi al 2018 dove tutto dovrà essere a norma. L’obiettivo finale è di insegnare a tutti i vari club a programmare le società rimanendo nei limiti dei propri introiti e coinvolgere anche i settori giovanili oltre che le infrastrutture sportive. La Uefa è pronta a scendere in campo. Dopo tanto parlare dovrebbero finalmente essere applicate delle sanzioni a chi non ha rispettato il fair play finanziario. Dopo aver analizzato i casi già noti di Psg e Manchester City,si fanno i conti in tasca alle italiane. Come era già ben noto la più brava di tutti è il Napoli, che chiude in attivo per il settimo anno consecutivo. Nessun problema per il Milan che ha chiuso con perdite pari a 14 milioni ma grazie ad alcune eccezioni che considera la Uefa i rossoneri è come se avessero chiuso in attivo. Perdite di 57 milioni di euro per la Juventus, ridotti grazie agli investimenti nello stadio di proprietà. La Roma rientra nei parametri Uefa, così come i bianconeri nonostante il segno meno. Niente da fare invece per l’Inter, che perde 80 milioni di euro all’anno.

Marco Salvadori

Le squadre di calcio sono delle vere e proprie aziende e, in quanto tali, dovrebbero seguire comportamenti che rispettino i principi generali di una sana gestione economica con un’attenzione particolare ai costi e i ricavi. Purtroppo non sempre è così. Per anni società con ad esempio alle spalle magnati russi e sceicchi hanno fatto il bello e il cattivo tempo investendo ingenti capitali per costruire squadroni in grado di competere nelle varie competizioni in barba ai bilanci finendo col creare passivi di bilancio che sistematicamente venivano poi ripianati con l’immissione di denaro fresco da parte degli azionisti di riferimento. È successo per anni anche in Italia con ad esempio società come Inter e Milan che dopo una lunghissima e scellerata gestione economica hanno accumulato debiti su debiti che pesano tuttora sul loro percorso sportivo. Nel 2009 l’Uefa ha introdotto il Fair play finanziario. Tale progetto è nato dall’esigenza di far diminuire il gap tecnico tra grandi società dalle illimitate risorse finanziarie ed altre meno dotate economicamente in nome di un riequilibrio sportivo delle competizioni con la speranza di contrastare il sempre più evidente indebitamento di molte squadre che, travolte dallo loro gestione tutt’altro che virtuosa,finivano col scomparire dal panorama calcistico. Esso,quindi,si proponeva tra le altre cose di far estinguere i debiti maturati dalle società e portare le stesse ad una gestione caratterizzata da un auto-sostentamento finanziario senza ricorrere quindi ad un aumento di capitale con l’introduzione di nuove risorse tese a coprire il passivo di bilancio. L’obiettivo è l’attuazione del pareggio tra ricavi e spese. In pratica non puoi spendere più di quello che incassi come si faceva una volta. Sono già state sanzionate alcune società come il Malaga che è stato escluso dalle competizioni Uefa a causa dei pagamenti di stipendi arretrati. Molte società sono corse ai ripari per evitare di essere penalizzate. Se squadre come Inter e Milan hanno dovuto limitare di molto gli investimenti sul mercato rispetto al passato e hanno dovuto cedere i pezzi pregiati,ci sono altre che con manovre più o meno nella norma hanno continuato a spendere e spandere. Il caso più eclatante è quello del Psg che con l’accordo stipulato con la Qatar tourism authority ha avuto una sponsorizzazione con valore retroattivo e questo ha consentito al club parigino di ripianare le perdite di oltre 150 milioni di euro. L’accordo prevede inoltre un incremento degli introiti annuale fino a raggiungere la cifra astronomica di 200 milioni di euro nel 2016, anno in cui la sponsorizzazione avrà termine. Un’ evidente escamotage per aggirare le regole. Ed infatti è notizia di poche ore che sono in arrivo le prime sanzioni per Manchester City e Psg, colpevoli di aver violato le regole del Fair play finanziario. Secondo quanto riportato da L’Equipe, l’Uefa imporrà ai parigini di mettere in lista solamente 21 giocatori (anziché 25) nella prossima Champions. Inoltre, il club dovrà pagare una multa di 60 milioni di euro entro i prossimi tre anni e non potrà aumentare l’attuale tetto ingaggi complessivo. Stesso discorso per il City. Entrambi i club, secondo le indiscrezioni non ancora confermate dall’Uefa, hanno tempo fino al weekend per trovare un accordo con l’organizzazione presieduta da Platini, dopodiché le sanzioni diventeranno realtà. Sembra tutto a posto invece per Barcellona, Arsenal, Borussia Dortmund, Bayern, Manchester United, Real Madrid, Napoli, Juve e Milan. L’esempio massimale di club rispettosi delle regole è proprio il Napoli che quest’anno si accinge al suo ottavo utile consecutivo di gestione. Praticamente un eccezione. Ci sono anche falsi casi di gestione aziendale virtuosa come l’Atletico Madrid.Come riporta l’ottimo articolo di 100x100napoli scritto dal nostro Brando Direttore di qualche giorno fa dal titolo I falsi modelli, la seconda squadra di Madrid che è prima nella Liga a poche giornate dal termine del campionato spagnolo e che giocherà la finale di Champions contro i cugini più titolati,è tutt’altro che una società morigerata che coniuga i risultati sportivi con una sana gestione aziendale. Si perché l’Atletico Madrid,che non ha certo le possibilità economiche delle società più blasonate e che per questo sta riscuotendo le simpatie di molti,si è resa protagonista di manovre non proprio trasparenti. La squadra spagnola negli ultimi anni anziché destinare soldi al Fisco Spagnolo,con il quale ha maturato un grosso debito,ha continuato ad investire soldi sul mercato facendosi finanziare le operazioni da un fondo d’investimento. Questa è una situazione che l’Uefa sta monitorando e che, sembra, dichiarerà presto irregolare.

Michele De Luca

Finalista in Champions League e a quattro punti dalla vittoria della Liga: l’Europa calcistica è ai piedi dell’Atletico Madrid. La squadra guidata da Simeone è stata la rivelazione dell’anno: è riuscita a sorprendere tutti, riuscendo a competere ad altissimi livelli pur non avendo le potenzialità economiche dei top club europei. Per essere più precisi: il fatturato dei colchoneros si aggira intorno ai 120 milioni di euro, quello del Real Madrid (l’altra finalista in Champions) è di 518 milioni. Gli ottimi risultati raggiunti e i costi di gestione relativamente contenuti, hanno elevato l’Atletico Madrid a modello di riferimento ideale. Il modello a cui i nostri club devono ispirarsi per tornare ad essere competitivi in Europa. Ma è veramente così? Un’ attenta e minuziosa analisi economica del club madrileno dimostra che, in realtà, non è tutto oro quello che luccica. Il primo dato che salta agli occhi è la consistente esposizione debitoria della società: 200,2 milioni di euro da versare al fisco spagnolo a cui vanno aggiunti 63 milioni di euro di emolumenti arretrati. Ma andiamo oltre. Come è possibile che, nonostante questa situazione economica critica, l’Atletico riesca ad essere protagonista indiscussa nelle sessioni di calciomercato? Perché nella stagione 2010/2011 i soldi ricavati dalla cessione di Aguero (45 milioni) non furono utilizzati a saldare parte di questi debiti ma servirono a sostituire l’ argentino con il centravanti colombiano Falcao? Entrambe le domande hanno la stessa risposta: TPO ovvero Third Party Ownership. L’acronimo TPO indica i cosiddetti Fondi di Investimento privati che acquisiscono una percentuale dei diritti economici dei calciatori. Le Third Party Ownership investono nella formazione dei calciatori, più o meno giovani, per trarre beneficio economico dalla loro maturazione e da eventuali cessioni successive. Il passaggio di Falcao dal Porto all’Atletico Madrid è l’esempio migliore per spiegare questa dinamica: il fondo Doyen Sport Investiment finanzia il 55% dell’operazione permettendo alla società spagnola di spendere solo 18 milioni, rispetto ai 40 totali, per acquisire le prestazioni sportive del colombiano. Quando, dopo due stagioni, l’attaccante passerà al Monaco per 60 milioni di euro, la Doyen Sport realizzerà il suo guadagno. A questo punto sembra giusto analizzare con maggiore precisione le Third Party Ownership. Sull’argomento è in atto un vero e proprio scontro tra Uefa e Fifa. Platini si è esposto chiaramente in merito: “Abbiamo chiesto formalmente al Presidente della Fifa, Joseph Blatter, di proibire, una volta per tutte, la proprietà di terzi sui giocatori di qualsiasi categoria. Se la Fifa non reagirà positivamente alle nostre richieste, siamo pronti ad occuparcene noi in Europa”. Blatter, dal canto suo, non sembra voler rendere illegali i finanziamenti di terzi. La sua decisione è dettato soprattutto dal fatto che, in alcuni campionati più poveri di quello europeo (sudamericani innanzitutto), le TPO si sono ritagliate un ruolo di primaria importanza e i loro fondi rappresentano la linfa vitale per quei movimenti calcistici. Questa situazione, però, porta ad una sorta di vuoto legislativo. L’ Uefa, infatti, non ha ancora potuto prendere decisioni in merito e lascia che ogni singola federazione disciplini la materia in questione. Si sono venute a creare, così, delle enormi differenze tra i diversi campionati. Differenze che possono pesare nella gestione delle società e influire nettamente sui risultati sportivi. In Inghilterra è severamente vietato acquisire giocatori il cui cartellino sia in parte detenuto da una TPO. La regola è in vigore dal 2006 quando il West Ham fu severamente multato (5,5 milioni di sterline) dopo l’acquisto di Tevez e Mascherano dal Corinthians. Parte dei diritti economici dei calciatori erano infatti proprietà di fondi d’investimento privati: Media Sports Invstiments e Just Sports (Tevez) e Global Soccer Agencies e Mystere Services (Mascherano). Situazione sostanzialmente simile in Francia. L’art. 221 (Vendita e acquisto di diritti dei giocatori) della Charte du Football Professionnel stabilisce che un club non può stipulare contratti con persone fisiche o giuridiche (ad eccezione di un altro club) che direttamente o indirettamente portino tali persone ad acquisire o beneficiare in tutto o alcuni dei pagamenti a cui il club ha diritto quando vengono trasferiti uno o più dei suoi giocatori. In Italia la situazione è leggermente più contorta. Non sono infatti vietati rapporti tra società e TPO ma la società ha l’obbligo di rilevare al 100% la proprietà del calciatore. L’ultimo esempio capitato nel campionato italiano è quello del giovane centrocampista della Lazio Felipe Anderson. Il presidente dei biancocelesti, infatti, dopo aver raggiunto l’accordo con il Santos ha dovuto imbastire e portare a termine una trattativa molto complicata con la Doyen Sport che deteneva il 50% del cartellino del calciatore brasiliano. In Portogallo e in Spagna, invece, l’intervento di TPO è addirittura auspicato per dare manforte al movimento calcistico di due nazioni che, dal punto di vista economico, non stanno passando una situazione florida. In questa situazione molto confusa, dove il confine tra il lecito e l’illecito, il concesso e il vietato, è molto labile, la speranza è una: un intervento deciso di Uefa e Fifa per disciplinare al meglio la questione. Bisogna mettere tutti sullo stesso piano e soprattutto regolamentare con precisione l’attività delle TPO. I fondi di investimento privati controllano oggi circa 1100 calciatori nelle maggiori leghe europee. Risorse economiche fresche sono sicuramente ben accette, a patto, però, che non intralcino direttamente la gestione tecnica delle squadre. Il rischio concreto è che siano, alla fine, i fondi a decidere “quando e a quanto” il giocatore venga venduto.

Mauro Guerrera

 
L’ammirazione per una squadra forte e vincente sembra scontata . Invece non sempre è così. Sono tante le favole sportive dove le squadre di Davide riescono a vincere contro quelle di Golia. E’ così anche nella stagione in corso. I calciofili di tutta Europa simpatizzano per l’Atletico Madrid che vestirà i panni di Davide nella finale di Champions League contro la Golia-Real Madrid. Proprio questa sfida tra le due squadre madridiste, accende i sogni dei tifosi italiani delle squadre meno blasonate. Il loro sogno è quello di vedere un giorno, la propria squadra del cuore ispirarsi al modello Atletico Madrid per sfidare, e magari battere, una squadra blasonata dai fatturati milionari. Ma non è tutto oro quel che luccica. Quello dell’ Atletico Madrid è si un modello fatto di tante vittorie, ma è anche il frutto di escamotage economici non proprio chiari. Questo aspetto rende impraticabile in Italia il modello Atletico. Il secondo club di Madrid malgrado le vittorie sul campo, ha elevati debiti con il sistema fiscale spagnolo. Debiti che neanche la vendita di giocatori importanti come Aguero e Forlan sono riusciti a ripianare. In Spagna ad un club di calcio è consentito cedere i diritti economici dei propri calciatori a dei fondi economici intermediari. Questi fondi identificati con la sigla TPO (third party ownership) condividono con un club i costi iniziali legati ad un calciatore, per poi guadagnarci successivamente sulla rivendita dello stesso calciatore, ad un altro club. E’ successo proprio con l’attaccante colombiano Falcao. Un fondo intermediario portoghese ha contribuito con l’Atletico Madrid, all’acquisto di Falcao dal Porto. Con la successiva cessione di Falcao dall’Atletico Madrid ai francesi del Monaco, il fondo intermediario non solo ha recuperato l’investimento iniziale, ma addirittura ha tratto notevoli profitti. Il modello Atletico Madrid oggi non è più credibile, perché l’Uefa, nell’ottica del fair play finanziario, intende non consentire la presenza della figura del terzo intermediario. Inoltre in Italia il sistema fiscale non consente certe agevolazioni come quelle che concede il sistema spagnolo. Le vittorie dell’Atletico di Madrid non devono illudere i tifosi italiani. Con la tendenza del fair play finanziario di eliminare ogni sorta di escamotage economico, questo modello vedrebbe trasformare le vittorie di oggi in un ridimensionamento duraturo delle ambizioni del club spagnolo. La domanda che potrebbe porsi un tifoso, è se vale la pena rischiare un fallimento economico per ottenere delle vittorie sportive. Magari la risposta potrebbe nascondersi nel modello Napoli di De Laurentiis.


Alessandro De Mattia 

Nel calcio la programmazione è importante. Negli ultimi anni però, in virtù della crisi economica, è diventata a dir poco fondamentale. Infatti la disponibilità economica dei grandi club europei si è esaurita ed è aumentata la competizione con l’ ingresso nel mondo del calcio di Russi e sceicchi miliardari che hanno investito in squadre che erano quasi del tutto sconosciute a livello internazionale. La necessità di dover chiudere il bilancio in attivo, imposto dall’UEFA con il Fair Play Finanziario, si deve perciò costantemente scontrare con l’ “obbligo” di dover costruire una squadra competitiva. Per questo motivo si sono completamente rivoluzionate le strategie di mercato e quelle di marketing. Infatti si è investito molto nel miglioramento delle strutture dei settori giovanili proprio per l’ intento di “fabbricare” campioni in casa evitando un eccessiva spesa economica per rinforzare la rosa. Si è poi cercato di esportare il proprio marchio anche in quei nuovi paesi (Asia e America) in cui è aumentata l’attenzione per il calcio europeo. Il Napoli è stata una delle prime squadre a parlare, nel calcio italiano, di programmazione e della necessità di avere il bilancio in ordine. Non è un caso quindi che la società partenopea sia una delle società più virtuose in Italia e che si stia imponendo nel calcio italiano e in quello europeo. Il confronto con altre realtà societarie può essere fatto solo con club che disputano lo stesso campionato. E’ impensabile voler confrontare, come purtroppo molti fanno, realtà sportive, economiche e fiscali completamente differenti. Paragonare, ad esempio, il Napoli, o qualunque club italiano, con un club straniero come l’ Atletico Madrid ,che rappresenta un modello di riferimento per la sua presunta programmazione, è un errore. L’ Atletico ha un debito di 250 milioni di euro da pagare alla federazione spagnola. In Italia sarebbe un club sull’ orlo del fallimento, ma non in Spagna. Infatti grazie ad una serie di norme e a dei fondi privati, non solo l’ Atletico può dilazionare il suo debito, ma può anche investire grosse cifre sul mercato(come è accaduto per l’ acquisto di Falcao dal Porto) senza l’ obbligo di chiudere il bilancio in pareggio. Altro che programmazione e bilancio in ordine. Storia molto diversa è quella del Borussia Dortmund. Dopo gli anni d’oro culminati con la vittoria della Champions nel 1997 la società è entrata in una profonda crisi societaria dovuta all’ eccesivo indebitamento. Sono stati tagliati del 20% gli stipendi dei calciatori, e quelli più appetibili sono stati ceduti per fare cassa. Malgrado posizionamenti in classifica non proprio esaltanti, il Borussia ha comunque investito, nei limiti del possibile, nel miglioramento del settore giovanile. Questo ha dato i suoi frutti. Nel giro di pochi anni sono stati sfornati giovani talenti come Hummels, Kagawa, Lewandoski e Mario Gotze che hanno consentito al Borussia di tornare a vincere la Bundesliga e di ritornare nell’europa che conta. Il calcio italiano è rimasto immobile, anzi è addirittura tornato indietro. Infatti Juventus a parte, che può contare su un fatturato altissimo, gli altri club storici come Milan ed Inter sono stati fortemente ridimensionati a causa degli enormi buchi di bilancio. La Roma invece è stata acquistata da miliardari americani che hanno investito moltissimo sul piano economico in pochi anni ma, a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi, ha già il bilancio in perdita. Il Napoli è l’unica squadra italiana che è sulla scia delle squadre europee. Purtroppo questa crescita non può continuare se non si rinnova tutto il sistema calcistico. In Italia ad esempio solo la Juventus ha uno stadio di proprietà mentre tutti gli altri club hanno ancora stadi vecchi e fatiscenti che non si rinnovano dai mondiali di Italia 90. Questo ha portato l’Italia a retrocedere nel ranking UEFA e ad essere superati proprio della Germania e, di recente, anche del Portogallo. Il calcio Italiano è ad un bivio:o si rinnova e torna ad essere competitivo oppure sarà costantemente indietro. Il modello da seguire è stato tracciato dal Borussia e non dall’Atletico, ora spetta ai club ed ai tifosi iniziare quest’ opera di rinnovamento.

Valerio Intermoia

Il calcio spagnolo domina l’Europa. Nella finale di Champions League a Lisbona andrà in scena il derby di Madrid, prima volta in assoluto che si affrontano due squadre della stessa città nella finale di questa competizione, tra il Real di Ancelotti e l’Atletico del Cholo Simeone. Questo impero iberico che ha caratterizzato la maggior parte delle ultime stagioni ha radici profonde che affondano nella bravura degli addetti ai lavori e nel blasone di club come i blancos o il Barcellona, ma anche in una situazione economica molto più favorevole rispetto agli altri paesi (come esposto nell’approfondimento riguardo l’Atletico Madrid, disponibile a questo link: http://www.100x100napoli.it/calcio-b/item/5304-i-falsi-modelli.html). Ciò non è legato esclusivamente alle risorse in denaro di ciascun club che comunque ha ingenti ricavi dal merchandising in tutto il mondo, ma in una legge che come andremo a vedere frutta ancora oggi vantaggi ai grandi club spagnoli. Torniamo indietro nel tempo, giugno 2005. Il governo Aznar approva un decreto legge per favorire il soggiorno in terra iberica di scienziati, medici ed uomini d’affari attraverso una consistente agevolazione fiscale. I lavoratori stranieri con introiti superiori a 600.000 euro l’anno, potranno godere di un’aliquota del 24% per i primi cinque anni di permanenza nel paese. Tuttavia questa legge viene sfruttata principalmente nel mondo calcistico date le differenze con gli altri paesi (Inghilterra 45%, Germania 45%, Italia 43%). Il “Decreto reale 687/2005” è soprannominato “Legge Beckham” perché l’inglese è uno dei primi ad usufruirne dato che gli effetti del decreto sono resi retroattivi fino al 2004, quando l’allora capitano della Nazionaleinglese lasciò il Manchester United per unirsi al Real Madrid. È così che nasce il Real dei “Galacticos” Luìs Figo, Zinedine Zidane, Roberto Carlos, Ronaldo e dello stesso Beckham che riusce a vincere due campionati consecutivi nelle stagioni 06/07 e 07/08. Nell’aprile del 2009 il governo spagnolo propone di abolire questa legge, ma una corposa astensione in parlamento salva il decreto con la promessa del Premier Zapatero di ridiscuterne nell’autunno successivo. Il Real Madrid non lascia sfuggirsi l’occasione e nell’estate 2009, mentre a Barcellona arriva Zlatan Ibrahimovic dall’Inter con un contratto da 11 mln di euro annui, il neo-presidente Florentino Pérez, al suo secondo mandato, spende la cifra record di 257,4 mln di euro per rinforzare la rosa da mettere a disposizione del tecnico cileno Pellegrini. Arriva il brasiliano Kakà dal Milan con una spesa di 65 mln di euro per il cartellino ed un ingaggio da 9 mln a stagione e la punta della Nazionale francese Karim Benzema viene convinta ad accettare il progetto “Galacticos-Bis” vedendosi garantire 6 mln all’anno. Ma il vero colpo di questa sessione di mercato è Cristiano Ronaldo. Il fuoriclasse portoghese arriva dal Manchester United per una cifra record di 94 mln di euro che vanno a arricchire le casse del club allora allenato da Sir Alex Ferguson. Il pallone d’Oro 2008 firma un contratto da 9,9 mln di euro annui. L’ingaggio del capitano Raùl Gonzalez Blanco, ovvero 7,4 mln a stagione, ha la stessa base lorda di quello di Cristiano, la differenza è tutta nelle tasse grazie alla “Legge Beckham”. Come garantito da Zapatero, la legge viene ridiscussa ed abrogata nel gennaio del 2010 quando l’aliquota viene portata al 43% anche per gli stipendi superiori a 600.000 euro di lavoratori stranieri. Apparentemente i vantaggi si esauriscono in quel momento per i club spagnoli ma (oltre ai diritti tv ripartiti in modo diverso rispetto agli altri paesi come sostenuto in più occasioni dall’AD del Milan Galliani e al fisco che ha crediti con mezza Liga) gli effetti della legge non vengono resi retroattivi quindi i contratti di Kakà, Cristiano Ronaldo e Benzema continuano ad essere tassati con un’aliquota del 24%. A questo proposito è emblematico il caso Kakà nell’estate del 2012. Il Milan vuole il ritorno del brasiliano ma solo con la formula del prestito secco. Kakà non ha problemi ad accordarsi con i rossoneri mosso da una forte volontà di tornare a vestire la maglia con cui ha collezionato tanti trofei, ma il Real non è disposto a cedere il giocatore in prestito perché un anno dopo gli effetti della “Legge Beckham” non sarebbero più validi per il pallone d’Oro 2007 dopo un trasferimento in Italia e un ritorno in terra iberica. Il Milan vira su Bojan Krkic e posticipa l’arrivo di Kakà. Il brasiliano ad agosto 2013 si svincola dal Real Madrid e torna a Milano tagliandosi pesantemente l’ingaggio fino ad arrivare a soli (si fa per dire…) 4 mln all’anno. Ancora oggi i club iberici fruiscono di questi vantaggi fiscali, basti pensare a Cristiano Ronaldo e Benzema, due tra i principali protagonisti del Real Madrid finalista di Champions League ancora alla ricerca della “Decima”. Tra due stagioni, finalmente dopo 11 anni la “Legge Beckham” terminerà totalmente i suoi effetti, anche per i due calciatori appena citati. Non ci resta che goderci questa finale di Champions League che si preannuncia spettacolare, nonostante sia parzialmente il frutto di una sorta di “doping finanziario”. Buffo poi guardare in casa nostra, dove anziché l’eccesso troviamo il difetto nel sostegno del governo ai club tra i vari, un governo che non riesce a stabilire una legge sugli stadi che soddisfi i presidenti dei più grandi club italiani e non favorisce lo sviluppo del movimento calcistico. Quale sia la posizione migliore tra quella del governo spagnolo e quella del governo italiano possiamo capirlo pensando che in ogni situazione la verità sta nel mezzo.


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