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Un anno dopo

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Un anno fa è morto Ciro Esposito e durante ognuno di questi 365 giorni sono morti altri esseri umani a causa della violenza. Ognuno di loro ha lasciato una scia di dolore, rabbia, rancore ma anche speranza.
La testimonianza della mamma di Ciro è stata straordinaria, talmente straordinaria da risultare addirittura scomoda, forse incomprensibile per le coscienze rattrappite dalla brutalità della vita quotidiana.
Le circostanze che hanno portato alla morte di questo ragazzo sono ancora, in parte, sconosciute, quello che è certo, è che il contesto nel quale si sono verificate è quello di una partita di Calcio, che da sempre non rappresenta solo un evento sportivo ma uno dei più grandi fenomeni di massa della società globalizzata.
A distanza di un anno quello che resta, al netto delle polemiche, del qualunquismo, delle dichiarazioni di facciata ma anche dello squallore e della vergogna è molto poco.Il dolore e l’impegno della famiglia Esposito, la solidarietà di alcuni esponenti del mondo dello Sport ma, soprattutto, il silenzio assordante di chi aveva il dovere di cambiare le regole e non solo non lo ha fatto ma ha, addirittura, peggiorato le cose.
Verrebbe da arrendersi di fronte a tanta inettitudine, capace solo di aggravare situazioni già così compromesse ma la passione per il Calcio e l’obbligo morale nei confronti delle vittime non lo consentono.
Si usa dire che chi resta nel ricordo dei vivi non muore mai ma anche che quando la morte è servita a cambiare il corso delle cose non è stata vana.
Difficile quantificare il valore catartico e consolatorio di queste pratiche molto più facile e banale capire quanto sia irto il cammino da percorrere, prima di poter affermare che la morte di un giovane uomo sia servita a cambiare qualcosa.

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