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Il “Piccolo Ronaldo” diventato leggenda: obrigado, Dinho!

ronaldinho

Per qualsiasi appassionato di calcio è stato quasi impossibile non innamorarsi dei dribbling e del sorriso di Ronaldo de Assis Moreira, divenuto famoso come Ronaldinho.

Un sorriso che, tuttavia, nasconde un’infanzia triste: membro di una famiglia di umili origini perde il padre, Joao, a soli 8 anni, a causa di un infarto. Questo evento contribuisce a rafforzare il suo legame con il fratello maggiore Roberto, giovane promessa del calcio brasiliano, che nel 1987 viene messo sotto contratto dal Gremio, le cui giovanili accolgono anche il piccolo Ronaldo.

Fu all’epoca della squadra di Porto Alegre che nacque il soprannome Ronaldinho, visto che era quasi sempre il più piccolo nelle varie partite che disputava: soprannome che poi è rimasto, dal momento che quando arrivò in Nazionale, di Ronaldo ce n’era già un altro, ed era pure discretamente famoso.

Si capisce da subito che si tratta di un predestinato ed il Paris Saint Germain decide di investire su questo ragazzino sorridente: tante buone cose, ma pochi successi di squadra, che gli fanno venir voglia di cambiare aria. E allora si crea una fila di possibili acquirenti: normale quando ci si trova di fronte a un diamante simile. Tutti si innamorano dei suoi dribbling, delle sue imprevedibili finte e dei suoi spettacolari tiri dal limite: alla fine se lo aggiudica il Barcellona e per Ronaldinho si spalancano le porte di un palcoscenico importante come il Camp Nou. Ma nel frattempo, partecipa alla vittoriosa spedizione della Seleçao ai Mondiali del 2002, risultando uno dei principali artefici del successo carioca: memorabile il suo calcio di punizione da 35 metri ai quarti, contro l’Inghilterra.

Ma la sua stagione di grazia è quella 2005-2006: i catalani vincono Liga e Champions League e Ronaldinho segna 17 gol in campionato e 7 nella massima competizione europea, che gli consentono di aggiudicarsi il Pallone d’Oro. Rimarrà negli annali il 3-0 rifilato al Real Madrid al Santiago Bernabeu, in cui il brasiliano segna due gol, di cui uno spettacolare partendo da centrocampo, e superando in dribbling tre avversari, tra cui il malcapitato Sergio Ramos: una prestazione leggendaria, premiata da una standing ovation da parte del pubblico rivale.

L’arrivo di Guardiola pone fine alla sua avventura in blaugrana, così il Gaucho passa ad insegnare calcio in Italia: il patron del Milan, Silvio Berlusconi, è pazzo di lui e coglie la palla al balzo, investendo 21 milioni per farlo esibire alla “Scala” del calcio. Il brasiliano ripaga la fiducia con un bellissimo gol nel derby: presa palla a metà campo, apre a destra verso Kakà che entra in area di rigore e gli serve un cross perfetto, su cui Dinho svetta come un vero ariete d’area di rigore. Dieci gol alla prima stagione, quindici all seconda, poi arriva Allegri, la cui filosofia è incompatibile con la “samba” del Gaucho che, dunque, come un profeta ritorna in patria. Prima il Flamengo, poi l’Atletico Mineiro lo accolgono a braccia aperte. Conclude con il Fluminense, dopo una parentesi in Messico al Queretaro. Oggi ha annunciato il suo ritiro, chiudendo, probabilmente, l’era del “futebol bailado” tipicamente brasiliano, che ha incantato il mondo a partire dagli anni ’50, dopo il “Maracanazo”. Un addio silenzioso, con la solita classe che lo ha contraddistinto per una carriera intera, giocata sempre con il sorriso stampato in faccia. Obrigado, Dinho.

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