Secondo Me

ANTONIO CONTE, UN ADDIO…? CON-TE SARÀ SEMPRE UN ARRIVEDERCI!

Napoli e Antonio Conte: una bellissima storia

Ci sono quelli che, nella malinconia della separazione, portano in dote una gratitudine infinita. Antonio Conte sta per salutare Napoli al termine di due anni che, guardando indietro, giorno dopo giorno, possiamo senz’altro definire “intensi” … Dalla sua presentazione, quel giorno a Palazzo Reale, quanta strada. Se eravamo scettici…? Un po’ si dai lo dobbiamo ammettere. I soliti stereotipi, caro mister, ci stavano condizionando. Però con i fatti, è cambiato tutto, Conte ha conquistato Napoli, così come Napoli ha conquistato lui, in modo naturale, lo dicono i suoi occhi, lo hanno dimostrato i fatti. Sono stati due anni che hanno racchiuso un’intera epoca emotiva e sportiva, un biennio in cui il capoluogo partenopeo e il tecnico salentino si sono fusi in un abbraccio che ha superato ogni più rosea previsione. Napoli oggi saluta non solo l’allenatore, ma l’uomo; un uomo vero e sincero, nel bene e nel male. Un uomo onesto. Un uomo con la vittoria scolpita nel DNA, animato da una passione viscerale e da una fede incrollabile nel cuore. Un condottiero di grande determinazione e di enorme coraggio, capace di prendere una squadra smarrita e trasformarla in leggenda. Lo scudetto conquistato il 23 maggio 2025, a + 1 sull’Inter, ne è il racconto più bello.

Ma torniamo a quell’ estate del 2024. Il palcoscenico scelto per la sua presentazione fu il Palazzo Reale: una cornice maestosa, perfetta per accogliere chi era stato chiamato a restaurare un regno in rovina. Il Napoli arrivava dalle macerie della stagione post-scudetto, conclusa con un desolante decimo posto. Le aspettative erano un macigno, le promesse andavano pesate con cura. Eppure, la scintilla sarebbe scoccata di lì a poco.  L’immediata sintonia con il popolo azzurro fu totale, quasi un riconoscimento tra anime affini, entrambe affamate di riscatto e di grandezza. Poi quello slogan, che ha fatto suo…“Amma faticà”! Fu lì la nascita dell’empatia.

Sul campo, Conte ha portato esattamente ciò che prometteva: rigore, determinazione feroce, disciplina tattica e comportamentale. Ha preteso dai suoi giocatori una perfezione maniacale, spingendoli oltre i propri limiti fisici e mentali. Ma dietro la celebre maschera del “sergente di ferro”, la squadra ha scoperto un padre putativo, capace di instaurare con il gruppo un legame umano profondo e indissolubile. Per il mister, lo spogliatoio è sempre stato un tempio sacro, come se nessuno avesse il diritto di violarlo… proteggendo quel microcosmo essenziale per creare l’alchimia della vittoria. Un luogo di fatica terrena, ma anche di spiritualità. Rimane incisa nella pietra la sua bella dichiarazione in sala stampa nell’autunno del 2024, quando, aprendo una finestra sulla sua anima, confessò: «Sono molto credente, praticante, conosco una sola persona che fa miracoli. Oltre che per la mia famiglia, prego anche per i miei calciatori, che possano stare bene. I miracoli calcistici poi ci sono sempre stati, ma devi lavorare per sperare che accadano, non basta pregare».

Contre soprattutto ha scelto di farsi inebriare dalla città. Non si è rinchiuso in una gabbia dorata, ma l’ha vissuta profondamente e fisicamente. Insieme alla moglie Elisabetta e alla figlia Vittoria – che con Napoli hanno stretto un rapporto altrettanto speciale – ha deciso di vivere in centro, per respirare il Golfo di più, ogni singolo giorno. La famiglia Conte si è mescolata tra la gente: musei, chiese silenziose, strade affollate, ristoranti e pizzerie storiche. Fino a quella notte indimenticabile in cui il mister andò in pellegrinaggio al murale di Diego Armando Maradona ai Quartieri Spagnoli, un rito di iniziazione laico per assorbire l’essenza stessa della “napoletanità”.

Tutta questa energia è confluita nel capolavoro sportivo: la meravigliosa cavalcata verso il quarto scudetto del 2025. Conte è stato il perno di un meccanismo perfetto. Non è stato affatto facile, ha dovuto attraversare tempeste, ma ha saputo toccare le corde giuste. Ha trascinato i tifosi non solo con i risultati, ma con la sua fisicità a bordo campo: la “Conte Cam” puntata su di lui durante le partite è impazzita per mesi, catturando un uomo che calciava, soffriva ed esultava su ogni singolo pallone. Il manifesto motivazionale di quell’impresa epica? Al termine di una tesa sfida contro il Parma in trasferta il 18 maggio. Antonio Conte carica un ambiente in apnea e spinge la squadra a compiere l’ultimo passo… quello decisivo verso il traguardo storico. Quel giorno in conferenza guardò i giornalisti negli occhi e pronunciò la frase…: “Andiamoci a prendere lo scudetto“.

L’epilogo di quella stagione era scritto… meglio che da uno sceneggiatore. L’ultima partita di campionato, Napoli-Cagliari. Conte, squalificato, non può stare in panchina. Si trova nel gabbiotto sospeso – il “dirigibile” – del Maradona. La tensione è palpabile, prima la perla di McTominay poi Lukaku sigla il 2-0. Il mister esplode, sbatte i pugni sul vetro per la foga…il traguardo è vicino. Poi, allo scadere dei minuti di recupero, il triplice fischio. Conte vola letteralmente per tutte le scale dello stadio con il suo staff (il fratello Gianluca, Elvis Abbruscato, Giuseppe Maiuri, Ettore Prota, Lele Oriali, Cristian Stellini, Costantino Coratti, Alejandro Lopez, Mauro Sandriani, Francesco Cacciapuoti) correndo a perdifiato pur di raggiungere nel minor tempo possibile il terreno di gioco e i suoi ragazzi per festeggiare lo scudetto. Lo stadio Maradona…un tripudio. E dopo quella notte del 23 maggio, la meravigliosa festa sul lungomare, ripresa dalle televisioni di tutto il mondo: due bus scoperti, con oltre 200.000 tifosi al seguito, un oceano in cui gioia, musica e colori si sono fusi in un unico battito azzurro.

Ma se il quarto scudetto è il trofeo di cui tutti parlano, c’è un’altra vittoria, più silenziosa eppure immensamente più grande, che Conte lascia in eredità alla città. È l’umanizzazione del calcio. Non è da tutti. Bisogna essere speciali. E’ il Conte uomo, quello sensibile, quello che fuori dai cancelli di Castel Volturno ha sempre avuto una parola, una carezza, il tempo per una foto con i tifosi che lo aspettavano al freddo o sotto il sole.

È, soprattutto, la storia speciale e commovente che lo ha legato a Daniele Pisco, la giovane mascotte azzurra scomparsa troppo presto, il 4 gennaio del 2025. Il loro è stato un rapporto puro, che affondava le radici fin dal primo giorno napoletano di Conte. Fu proprio a Daniele, per volere del Presidente De Laurentiis, che venne concesso il privilegio di annunciare in un video sui social, in anteprima, l’ingaggio dell’allenatore. Il Presidente autorizzò il ragazzo a diffondere la notizia prima ancora dei comunicati ufficiali, dando il via alla bellissima storia che avrebbe accomunato il mister salentino a Daniele.

A bordo campo, sotto gli occhi delle telecamere, Conte è sempre apparso come il sergente di ferro, il leader inflessibile. Ma quando le porte del suo ufficio si chiudevano, lasciando il mondo fuori, si spalancavano quelle del cuore. Come recitano le testimonianze più intime di quei giorni, Conte si ritagliava ogni giorno un momento solo per Daniele, per ascoltarlo nel calore di uno spazio al sicuro, per confidenze reciproche, per regalare a Daniele infiniti attimi di pura felicità. In quella stanza non c’erano pressioni, non c’erano tattiche; c’era solo un uomo dal cuore immenso e un ragazzino coraggioso, uniti da un affetto che ha trasceso il calcio per toccare le vette dell’anima.

Oggi, 24 maggio 2026, nel giorno in cui il Presidente De Laurentiis festeggia il compleanno, il viaggio (molto probabilmente) sta per volgere al termine. Le valigie sono pronte, il ciclo si chiude. Ma mentre Antonio Conte varca per l’ultima volta i cancelli di quel mondo che ha ribaltato e dominato, non c’è spazio per l’amarezza. Napoli sa riconoscere chi dà tutto sè stesso, chi onora la maglia non solo con il sudore, ma con il cuore, con le lacrime e con un amore sincero per la sua gente.

Le strade professionali si dividono, ma il legame umano, quello no. Quello resterà scolpito nei vicoli della città, nelle memorie di chi ha pianto di gioia al Maradona e nel ricordo tenero di un bambino che oggi tifa da lassù.

Antonio Conte, un addio…? No. Quando l’anima di un uomo si lega in questo modo all’anima di Napoli, le distanze si annullano. Con Te, mister, basterà guardarci negli occhi e sarà sempre e soltanto un meraviglioso arrivederci.

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