Il caso di Scott McTominay, centrocampista del Napoli, ha riempito le pagine di cronaca sportiva nelle ultime settimane
Dopo i problemi legati alle dolorose vesciche che gli impedivano di allenarsi con continuità, la comunicazione ufficiale della SSC Napoli del 1° settembre ha portato alla luce un ulteriore quadro clinico: la diagnosi di una lieve aritmia cardiaca benigna emersa dopo alcuni controlli di routine. Per correggere definitivamente questa alterazione del ritmo, l’atleta è stato sottoposto lo scorso 8 settembre a Machester a un intervento mininvasivo di ablazione cardiaca. E’ iniziato dunque il processo di recupero che consentirà al calciatore azzurro di rientrare – se tutto dovesse andare come da programma – dopo la sosta per le partite delle nazionali.
Sebbene l’attenzione si sia ora spostata sugli aspetti cardiologici, la problematica ai piedi ha condizionato a lungo la preparazione e le prestazioni del calciatore scozzese. Per comprendere a fondo come una condizione apparentemente banale possa incidere su un atleta d’élite, ci siamo rivolti al Prof. Fabio Zanchini, Professore di Ortopedia all’Università Vanvitelli, e al Dott. Fabrizio Sergio, entrambi ortopedici e specialisti delle patologie e della chirurgia del piede.
Prof. Zanchini, Dott. Sergio, di quale problema si tratta nello specifico?
«Dalla descrizione, è ragionevole ipotizzare la presenza di vesciche plantari da frizione, legate soprattutto alla combinazione di pressione, sfregamento e sudorazione. In un calciatore professionista, sottoposto a continui scatti, cambi di direzione e trasferimenti di carico, anche una piccola alterazione dell’appoggio o una calzatura non perfettamente adeguata può determinare un sovraccarico localizzato».
Un disturbo di questo tipo può condizionare un atleta di alto livello come McTominay?
«Sicuramente. Il dolore può modificare l’appoggio del piede e il gesto atletico, riducendo la capacità di spinta e la reattività. Inoltre, se la vescica si rompe, aumenta il rischio di infezione e può diventare difficile mantenere la continuità degli allenamenti. Il problema maggiore, soprattutto quando è recidivante, è che tende a ripresentarsi non appena l’atleta torna a caricare il piede».
Come si interviene per risolvere la situazione?
«Nella fase acuta si cerca di individuare la causa della recidiva attraverso una valutazione approfondita dell’appoggio, della distribuzione dei carichi e della calzatura. La prevenzione della nuova formazione della vescica rimane l’aspetto più importante».
Si può arrivare a ipotizzare persino un intervento chirurgico? E quali sarebbero i tempi di recupero?
«La chirurgia viene presa in considerazione soltanto quando esiste una causa anatomica o biomeccanica ben identificata, come una prominenza ossea o una deformità che determina un’eccessiva pressione sempre nello stesso punto. In tal caso, l’intervento può essere praticato con tecnica miniinvasiva e in regime ambulatoriale, garantendo tempi di recupero veloci».
In conclusione, qual è la chiave per la piena guarigione dello sportivo?
«Una vescica plantare non è generalmente una patologia grave, ma in un atleta professionista può diventare fortemente limitante. Il punto fondamentale non è soltanto curare la singola vescica, ma capire perché continua a formarsi e correggere il meccanismo che la provoca».
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