Notizie

Senti chi parla – Intervista al giornalista Silver Mele, autore del libro “Cales, il grande oltraggio”

La migliore definizione di sé stesso la dà proprio lui sui canali social: “Giornalista professionista che racconta lo sport e che continua a viverlo da agonista. Mai domo…”

Silver Mele, oggi volto e voce di Canale 8, una carriera brillante da cronista e conduttore televisivo; vari sport praticati da atleta con risultati eccellenti (vedi il tennis e il ciclismo). Ne scopriamo oggi un altro aspetto. Penna raffinata, cultore di belle storie e della storia: narratore ricercato anche attraverso la scrittura. Dopo “Il Volo del Gregario” (Graus edizioni) dedicato alle gesta del suo papà, Gigi Mele, ciclista a grandi livelli negli anni ’60, è la volta ora di un nuovo libro: “Cales, il grande oltraggio” (prefazione di Maurizio de Giovanni) che verrà presentato sabato 24 settembre alle ore 19 presso la splendida Cattedrale romanica di San Casto a Calvi Vecchia, padrone di casa don Antonio Santillo.

Tanti gli ospiti previsti nell’incontro, che sarà moderato dalla giornalista Italia Mele: Catello Maresca, magistrato e Consigliere Comunale a Napoli, il sostituto procuratore della DDA di Napoli Giuseppe Visone, Tsao Cevoli, archeologo e presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Archeomafie, il presidente della Provincia di Caserta Giorgio Magliocca, i sindaci di Santa Maria Capua Vetere Antonio Mirra, di Sparanise Salvatore Martiello, di Teano Giovanni Scoglio, di Pastorano Vincenzo Russo, il barone Sandro Pasca di Magliano e alcune  associazioni del territorio.

 

Con ‘Cales il grande oltraggio’ vuoi riaccendere i riflettori su una terra gloriosa ormai dimenticata…spiegaci il perché.

“Ho maturato che nella vita ci sono i destini.  Non credo che il destino faccia tutto da solo nel determinare la strada del singolo o di una comunità o di un popolo, però certe volte contribuisce. Mi spiego meglio. Cales è una città nata prima di Roma, attraversata e abitata dagli etruschi. In realtà era la capitale degli Ausoni, popolo italico, fierissimo. Era punto di passaggio obbligato della via Latina e di tutti i traffici che dalla Campania andavano verso il beneventano. E quindi anche passaggio obbligato verso il Lazio. Cales è stata città di consoli, di senatori, di generali d’armata. Cales si estendeva su circa 64 ettari, gli stessi di Pompei, e poteva vantare, come scrive Tito Livio in “Ab Urbe Condita” oltre 60.000 abitanti. Nel 336 a.C. Roma, per conquistarla inviò il più grande generale d’armata dell’epoca, Valerio Corvo, con un esercito fortissimo. Perché Cales era centrale nei traffici di Roma tanto è vero che poi divenne la prima Colonia di diritto romano in Campania.  

Si consideri che Gneo Nevio, cui sono intitolati oggi tanti grandi licei, era nativo di Cales, così come anche Quinto Fufio Caleno, che fu senatore, console e il più stretto collaboratore di Caio Giulio Cesare. Quest’ultimo affidò a Fufio Caleno la guida dell’esercito romano in Grecia. Anche Vinicio, il più grande amatore della latinità romana e classica, avvelenato da Messalina era di Cales. Una città favolosa, straordinaria, ma come diceva Amedeo Maiuri, che fu sopraintendente anche Ministro dei Beni Culturali negli anni ‘50 la più negletta e dimenticata delle città antiche della Campania. Un oltraggio della storia, un destino assurdo, perché nell’antichità non si parlava di Pompei. Nelle opere i vari Orazio, Catone, Tacito, Livio, Strabone parlano tutti di Cales definendola “Urbs egregia”, “Civitas Magna”. Cicerone rivendicava di essere patrono di Cales, dove villeggiava.  A Roma, in Senato prendeva le parti dei Caleni. Cicerone era un cittadino onorario di Cales. Città con doppio impianto termale, teatro, un anfiteatro da 15.000 posti. Eppure, il destino è stato beffardo.

Oggi Calvi Risorta nasce al di là della strada statale Casilina. Da Cales a Calui, a Calvi Risorta: quindi Calvi risorge da Cales ed è un paese che oggi conta 6000 abitanti e che purtroppo in gran parte ha voltato le spalle al suo passato. Cales è la più depredata delle città antiche.  I tombaroli, i Casalesi, hanno fatto razzia, eppure la città è lì sotto, nascosta dalla vegetazione e dall’immondizia. Non c’è mai stata una campagna di scavi organica per tirarla fuori, soltanto dei grandi filibustieri che, come il Marchese di Salamanca, attorno al primo ventennio dell’Ottocento hanno ripulito la città di migliaia di pezzi. Perché Cales vantava di essere il più grande centro di produzione di terrecotte, ceramiche nere dell’epoca tanto che oggi Cales la ritrovi al museo di New York, al Louvre, a Londra, in Norvegia, in Svezia, in Danimarca, in Nuova Zelanda, in Australia, al Mann di Napoli mentre a Calvi Risorta non c’è neanche una stanza per poter raccogliere qualche cimelio. Basterebbe scavare con le mani per tirare fuori delle ricchezze. Cales coniò monete per sessant’anni, mettendo Cales o Caleno su Google vengono fuori le monete. Molte di queste sono vendute su eBay a 20 euro. È questo l’oltraggio”.

Qual è l’obiettivo che oggi vorresti perseguire per Cales?

“Io da sempre mi batto per Cales perché mi vanto e rivendico a tutti di essere “caleno ausone”, cioè dalle origini, prima ancora della dominazione romana. E gli ausoni erano un popolo fiero. Una battaglia che porto avanti da quando ero ragazzo, poi da assessore ai beni culturali sono riuscito ad ottenere un finanziamento di un milione e mezzo di euro, per recuperare il Castello Aragonese.  Eppure, gli amministratori del mio paese, due anni fa, quando feci intervenire Striscia la Notizia per il servizio su Cales, mi diedero dello sciacallo pensando che io mi volessi candidare. Ma come può un’abitante del mondo aspirare alla carica del paesino dove le gerarchie sono contraffatte, dove il prete della frazione viene inteso come il Papa, il maresciallo dei carabinieri come il Generale dell’Esercito Italiano e il Sindaco come il Presidente della Repubblica…

Il mio desiderio è piuttosto che si risvegli l’identità di popolo, che si urli con rabbia al mondo che a noi spetta la nostra identità, che finalmente si possa recuperare il patrimonio che c’è stato rubato contro tutto e tutti. Questo è quello che vorrei”.

Questo libro segue l’altro tuo scritto nel 2017 “Il volo del Gregario” che narra la tua storia familiare e le gesta sportive di tuo padre. Cosa hai ereditato, in termini di valori, dalla tua famiglia e da papà Gigi per essere l’uomo e il professionista che sei oggi?

“Da Gigi Mele ho ereditato indegnamente forse il cuore, anche se – senza alcun dubbio – il suo è stato ancora più grande. Basti pensare ad un ragazzino partito con la famiglia nel novembre del ‘49 per arrivare a Torino a 12 anni, con le scarpe bucate, i pantaloni corti e il sogno di diventare ciclista professionista per passare col Giro d’Italia proprio a Calvi Risorta, a Cales. Dovunque è andato nel mondo mio padre ha portato Cales, ma non per vanagloria o per stare in vetrina, ma perché il cuore nostro è questo, noi andiamo oltre le facciate o vorremmo…però, ecco il destino, non sempre siamo capiti, ce ne facciamo cruccio ma non ci arrendiamo”.

Passiamo all’attività che svolgi quotidianamente su Canale 8: il giornalista sportivo. Com’è cambiato il calcio negli anni?

Io sono un giornalista, prima ancora che giornalista sportivo, perché da sempre ho avuto il desiderio di raccontare le cose in maniera veritiera, nel rispetto proprio della veridicità dei fatti e questo mi ha anche penalizzato nella mia carriera. Il giornalismo sportivo è cambiato… spesso e volentieri non è più libero, spiace dirlo. Ciò che tutti vedono non sempre si può riferire.  E io invece voglio raccontare la verità e questo spesso mi ha penalizzato, ma non importa perché ho la fortuna di lavorare per un’emittente libera e io rimango assolutamente libero. Come è cambiato il calcio? Il calcio è cambiato come tutti gli altri sport: oggi c’è iper-professionalità, è aumentata la velocità e la cura è maniacale. Tutto all’estremo, tutto al massimo.  E lo vediamo anche con le sponsorizzazioni, i calciatori sono visti spesso e volentieri – questo è un limite secondo me – come degli extraterrestri. Invece lo sportivo per antonomasia dovrebbe ancora rappresentare e riflettere, il cuore della gente, degli appassionati. Questa lontananza del calciatore dalla gente e dai tifosi… non mi piace. Mi piacerebbe molto di più come era vissuto lo sport ai tempi del mio papà negli anni ‘60 o ancora prima, quando lo sportivo era il gladiatore dell’epoca romana o dell’epoca di Cales. Nessuno ci impedisce di pensare che Spartacus da Capua, odierna Santa Maria Capua Vetere, spesso e volentieri si sarà esibito …nell’”Anfiteatro di Cales”. È un filo conduttore che caratterizza la mia stessa vita”.

A cura di Valeria Grasso

Comments

comments

Commenta

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Ultimi Articoli

To Top