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Da ragazzo slovacco a uomo napoletano. Grazie Capitano Hamsik

Dopo undici stagioni potrebbe finire l’avventura di Marek Hamsik con la maglia azzurra. Ripercorriamo come Marek è diventato Marekiaro, capitano azzurro.

 

 

28 giugno 2007. Due ragazzi decisamente vestiti male stringono la mano al direttore Pierpaolo Marino prima di farsi immortalare dai fotografi con la loro nuova maglia. Da subito, il mormorio dei tifosi del Napoli è abbastanza contrario, ma perché bisogna continuare a comprare ragazzini? Quando arriverà un campione vero? Già, perché lasciando perdere l’argentino dai capelli lunghi, vestito con un completo nel vano tentativo di sembrare elegante, il ragazzo (senza cresta) vestito come un turista pescato a Piazza del Plebiscito non ha ancora compiuto 20 anni ed è arrivato al Napoli dopo aver sborsato 5 milioni e mezzo al Brescia con cui, in Serie B, alla sua terza stagione in Italia, ha messo assieme 45 presenze ed 11 gol. Ma i dati non bastano, giustamente, a risolvere la domanda dei tifosi: ma questo chi è? Eh. Questo. Questo ragazzino mingherlino, con la faccia da bravo ragazzo, su quella maglia azzurra ci farà stampare il numero 17 e sopra un nome che, ad oggi, potete leggere distintamente in praticamente tutti i record della società azzurra. E’ il nome di un ragazzo slovacco, che diventerà un uomo napoletano (con cresta), capitano del Napoli con cui ha appena concluso la sua 11^ (e forse ultima) stagione in azzurro: Marek Hamsik.

Come tutte le storie d’amore che valga la pena raccontare, quella tra Hamsik ed il Napoli, come visto, inizia con una motivata diffidenza. Del resto, solo l’allora DS azzurro poteva avere la stessa folgorazione che colpì qualche anno prima Maurizio Micheli, scout del Brescia che nel 2003, in Francia, cercava giovani talenti nel campionato Under-17. E così come Micheli, che doveva visionare l’attacante della Slovacchia Jurai Piroska, anche Marino si trovava allo stadio per Omar Milanetto. Entrambi uscirono dallo stadio innamorati di qualcun altro, di quel ragazzo con la stramba pettinatura che giocava con la coscienza spaziale di un veterano. Marek ci ha messo poco, pochissimo per rivoltare in favore tutte quelle voci, quei mormorii, diventando immediatamente un punto fermo della squadra di Edi Reja, un Napoli appena tornato in Serie A con tanta voglia di ritagliarsi i suoi spazi. E i suoi spazi, Hamsik, se li è presi, da subito (titolare alla prima stagione a Napoli, con 40 presenze, 10 gol e 4 assist), creandone altri con i compagni che serve fin da ragazzino con passaggi millimetrici da ogni parte del campo, con una visione a 360° del terreno di gioco e quella testa sempre alta a scrutare, osservare, vivere il Gioco (e consentiteci la maiuscola).

Non bastano i numeri a raccontare Marek Hamsik. Anzi, sarebbe più preciso dire che non servono. Una storia, una bella storia, non può essere riassunta o catalogata con la mera statistica ma va, appunto, raccontata. E quella di Marek è costellata di smentite, quelle che ha dato sul campo e fuori, che ha dispensato ogni volta che qualcuno si è permesso di criticarne il talento, la fede, la passione. I tifosi mormorano perché “chi è ‘sto ragazzino”? Perfetto, primo anno in Serie A, Hamsik ha già fatto tutto quello che serve per farsi conoscere: gol all’esordio (Coppa Italia, contro il Cesena), prima doppietta in Serie A (contro la Lazio) e capocannoniere della squadra in campionato con 9 gol senza rigori. S’era detto che aveva 20 anni? L’anno successivo, in Intertoto, arriva anche la prima rete in Europa, contro il Panionios e vince il premio come Miglior Giovane agli Oscar del Calcio dell’AIC (e arriva 12° nella classifica del Times dei giovani più promettenti al mondo). In tanti sono passati davanti agli occhi di Marek, tantissimi, cinque allenatori (Reja, Donadoni, Mazzarri, Benitez, Sarri) ed un numero impressionante di compagni. Si è visto abbandonato da Lavezzi (ricordate l’argentino vestito male di cui sopra?), Cavani, Gargano ed Higuain, ma lui no, lui è rimasto, sempre a reggere il bastone su cui è legata la bandiera azzurra. Quella bandiera che è  con la fascia di capitano al braccio che indosserà per la prima volta il 13 marzo del 2010, diventando il più giovane di sempre nella storia azzurra. E che indosserà nel suo esordio in Champions League nel settembre del 2011 contro il Manchester City e quel 20 maggio del 2012 quando segna il gol del 2-0 nella finale di Coppa Italia contro la Juventus, primo trofeo vinto dell’era post-Maradona.

Poi Benitez, l’infortunio, la seconda Coppa Italia e la Supercoppa vinta Pechino ancora contro la Juventus. Sempre con quella fascia di capitano al braccio. Quella fascia che ha stretto forte quando ha detto “no” alle sirene di club più ricchi, più blasonati, dal Real Madrid al Manchester United fino alla Juventus che nel 2015 assillò il Napoli pur di prendere lo slovacco. “La mia priorità resta il Napoli”, questa la risposta, sempre, anche quando Mino Raiola ci mise lo zampino, programmando dichiarazioni ad hoc nel 2011 per portare Hamsik lontano da Napoli e prendendo accordi con Galliani per uno scambio clamoroso con il Milan che avrebbe coinvolto Pato. Risultato? Hamsik allontana Raiola e giura amore eterno alla squadra. E alla città, la stessa in cui sono nati i suoi figli, Christian, Lucas e Melissa, in cui ha trovato l’equilibrio tra il suo straordinario talento e la quiete necessaria per esprimerlo sempre al meglio. E’ così che nasce, cresce e diventa immortael Marekiaro, il ragazzo arrivato slovacco e che è diventato un uomo napoletano, che ha alzato i primi trofei del dopo-Maradona, quel Maradona di cui ha battuto il record di gol segnati con la maglia del Napoli in tutte le competizioni, il 23 dicembre 2017 segnando contro la Sampdoria. Record a cui ha aggiunto quello di presenze con la maglia azzurra in competizioni europee ed in Serie A.

E pensare che tutto questo potrebbe finire, dopo 11 stagioni, perché questa volta la Cina ha milioni e milioni di validissimi argomenti per dire “addio”. E sembra paradossale che accada proprio ora, all’inizio dell’era Ancelotti, quella che, almeno per il blasone del tecnico, può sembrare quella giusta per coronare il sogno di vincere lo scudetto a Napoli, dove ha sempre voluto farlo, dove ha atteso undici anni per farlo. Se finirà o meno l’avventura insieme, una cosa è certa: l’amore, quello no, non passerà. Perché non può finire così. E a prescindere da come andranno le cose, quando spunterà la Luna a Marekiaro, ci ricorderemo di quel volto tranquillo, sereno, placido, che si trasfigura in urla leonine di gioia e furore ogni volta che, dopo un inserimento, il pallone viene colpito di piatto (destro o sinistro, non ha mai fatto differenza), gonfia la rete…e lo speaker urla:

“Con il numero 17…

Il capitano…

Marek…

Hamsik.

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